Wednesday, February 22, 2017

Expat problems V - Space

Ever felt like there’s not enough room wherever you are?

If there is one thing I will never get used to in Japan is the lack of space. On one hand this is just because there are so many people, especially in Tokyo metropolitan area, that it always feels like they are all going to the same place I am going and at the same time I am going…

However, personal space (the lack of, I mean) is only one side of the problem. These people are real masters when it comes to use all the available space up. For anything, I mean. Big cities have to accomodate for many residents, so there is not much public space, rather an amass of tall ugly buildings (very) next to each other. Also, in order to use  as much space as possible, houses come with little to no balcony…when you only have a 50 square meters lot of land to build your house on, you’d want to cove them all with solid walls and rooms, rather than thinking of a balcony. It makes sense, in a way. What doesn’t make sense is having a mere 50 square meters lot for a house. Ah well, when in Rome…

But there is much more to it. Enter a supermarket, for example. Its isles are so narrow that two people can barely fit; if an isle is larger than that, somebody will soon remedy and put a pile of boxes or a cart with more products, or a tasting stand with women handing food samples of such and such item. There’s a slightly ampler corner here? Let’s put a basket full of some other item to sell! There’s a wide entrance hall here? Let’s set up a selling booth right by the entrance doors!

You get the picture.

Also, city streets. There is no extra space for stopping the car (say, you have to answer a phone call), and yet drivers seem to pick all the worst locations for their temporary stops…

If there is a pedestrian walkway, it is taken up by neon signs on wheels, vending machines, flag stands, bicycles, light poles….I always seem to dodge obstacles here and there.

It’s amazing how cozy some stores are. The poor cashiers (wow, they can fit more than one person there?) are squeezed behind a counter that’s barely as large as the thinnest of them, and if one of them has to got out, all of them have to get out. In general, everything is cozy here. Many shops basically regurgitate items on display, inside and outside, leaving little to no room to walk.

And it seems the Japanese don’t mind the coziness AT ALL.

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Vi e’ mai capitato di essere in un posto privo di spazio?

Se c’e’ una cosa a cui non mi abituerò mai in Giappone e’ proprio la carenza di spazio. Da un lato e’ dovuta al fatto che ci sono cosi tante persone, specialmente nell’area metropolitana di Tokyo, che sembra come se tutti stessero andando nello stesso mio posto allo stesso momento…

E pero’, lo spazio personale (o meglio, la mancanza di) e’ solo una parte del problema. Quando si tratta di utilizzare tutto lo spazio a disposizione, questi qua sono maestri. Grosse città devono fare i conti con molti residenti, quindi lo spazio pubblico non e’ molto, anzi ci sono solo palazzotti brutti e alti uno attaccato all’altro. E in più, visto che bisogna utilizzare quanto più spazio si può, le case non hanno balconi, o ce li hanno minuscoli…in effetti, ha senso. Se uno ha solo 50 metri quadri di terreno per costruirci, meglio allargare le mura il più possibile piuttosto che pensare al balcone. Quello che non ha senso e’ l’avere a disposizione solo quei 50 metri quadrati. Paese che vai….

Ma non e’ tutto. Per esempio, i supermercati. I corridoi sono cosi stretti che ci passano a stento due persone; se poi il corridoio e’ leggermente più ampio, c’e’ subito qualcuno che rimedia e ci piazza una pila di scatoloni o carrelli pieni di roba, oppure signore in grembiule e copricapo offrono assaggi ai clienti. C’e’ un angolo morto qui? E mettiamoci un bel cesto con altri prodotti da sbarazzare! C’e’ uno spazio all’entrata del negozio? E mettiamoci un gazebino proprio davanti a sta porta su!

Insomma, capito l’andazzo.

Poi, le strade. Non si trova spazio per sostare da nessuna parte, eppure questi riescono sempre a trovare i posti migliori per fermarsi…

I marciapiedi. Sono intasati con tabelle luminose, distributori automatici, coni stradali, transenne, biciclette, pali della luce….ho sempre come l’impressione di fare una gara a ostacoli.

Impressionante come possano essere minuscoli certi negozi. Quei poveri cassieri (che poi, più di uno, davvero?) sono strizzati dietro a un bancone che e’ appena quanto il più magro di loro, tanto che se uno deve uscire, tutti devono uscire. Tutto qui e’ minuscolo, in linea generale. In pratica i negozi rigurgitano merce, esposta dentro e fuori del negozio, senza lasciare spazio per camminare.

Eppure, i giapponesi non sembrano curarsi di tanta limitatezza. PER NULLA.



Wednesday, February 15, 2017

Expat problems IV - EngRish

This is again about the language wall all expats in Japan have to crash onto. But it’s not the problem foreigners have with Japanese…rather with foreign words in Japanese.

Very often it happens that we go to a foreign country and we spot signs or terms from our own language used in an incorrect way. Well, here too, no exceptions. The amount of de-contextualised stuff expats see here in Japan is overwhelming. I guess many will remember a department store sales sign that made the headlines…you’ll see a visual hint below. 

The advertising on train posters, billboards, stores; the choice of restaurants, shops, businesses names; translations of menus; descriptions on packages; how-to instructions…all are permanent damage to the retina. As if trying to decipher their already cryptic phonetic Japanisation of foreign terms weren’t enough…Indeed. It’s getting complicated. But let’s break this down. 

One first problem is that Japanese language itself doesn’t allow many sounds (as much as all languages do with some degree, I shall say). So, whenever Japanese people say a word that’s not Japanese it takes a while to us foreigners before we figure out what they are saying. And that involves stupor, bedazzlement, then laughter. In that order. I mean, try ask them to say “rolling on the floor”…

Then there is the next level of difficulty. Katakana is one of the Japanese alphabet symbols, used mostly with non-Japanese terms or ads that need to impress. Well, that’s nice indeed for us, compared to the blunt trauma to the brain the Kanji symbols are. But. Reading any foreign word in katakana symbols will make you sound and feel total dumb. You’d have to say it loud and try a few sounds combinations before you hit it (after that comes the eureka moment and the laughter). Mistaa donatzu or makku donarudo (mister doughnut and mc donald’s) have tossed and turned in their graves countless times.

Also, this is not something that interests English speakers. It affects all of us. It took me years -not knowing the whole French vocabulary- to understand that “ankeeto” is taken from “enquete”, which is the French for enquiry (here used in the sense of questionnaire). You just have no idea. Fortunately for the Italians, the Japanese and us share the same set of sounds, so that makes it way way easier to read it (and spot hilarious mistakes).
Fortunately for them (I guess), they don’t know (I hope) what a “too drunk to f**k” or a “f**kin b**ch” writing on a T-shirt mean…

I leave you with a very little sampling of the wonders of EngRish on this other page of mine (here).

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Eccoci di nuovo al problema della barriera linguistica a cui vanno a sbattere tutti gli espatriati in Giappone. Ma stavolta il problema non e’ degli stranieri col giapponese…piuttosto con la traduzione in giapponese delle parole straniere.

Spesso ci ritroviamo in una terra straniera e non possiamo non notare segnali e termini della nostra lingua che vengono usati impropriamente. Succede anche qui. La quantità di cose fuori dal contesto che noi espatriati ci dobbiamo sopportare qui in Giappone e’ sovrumana. Forse molti ricorderanno di una pubblicità di saldi in un negozio che fece notizia…troverete un memento visivo alla fine.

Le pubblicità nel treno, sui manifesti, nei negozi, o la scelta di nomi per ristoranti o negozi, o la traduzione dei menu, o le descrizioni nelle confezioni, o ancora le istruzioni all’uso….insomma, un trauma permanente alla retina. Come se gia decifrare la fonetica giapponese delle parole straniere non fosse gia abbastanza…gia, gia, le cose si complicano. Ma andiamo per gradi.

Un primo problema e’ che la lingua giapponese non ha molti suoni (che pero’ vale anche per le altre lingue, più o meno). Quindi, quando una persona giapponese prova a dire una parola non giapponese, ci vuole un bel po prima di capire che cosa vogliono dire. Il processo va da stato confusionale, a incredulità, a risata. Cioè, provate a dirgli di ripetere “volere e’ potere”…

C’e’ poi il secondo livello di difficolta. Il katakana e’ uno dei sillabari giapponesi che fa da alfabeto per le parole non giapponesi (o per colpire nel caso di pubblicità o annunci). Che per carità, e’ gia ottimo se paragonato al trauma cranico dei Kanji veri e propri. Pero’. Il solo fatto di leggere una parola straniera in katakana fa sentire stupidi, come minimo. Prima che uno capisce che parola sta leggendo se la deve ripetere ad alta voce un po’ di volte (e quando la capisce, giu le risate). Mistaa donatzu or makku donarudo (mister doughnut o mc donald’s) si devono essere rigirati nella tomba infinite volte.

Tra l’altro questo problema non interessa solo quelli che parlano inglese, bensi’ tutti. Mi ci sono voluti anni per capire che -non conoscendo molte parole in francese- la parola “ankeeto” viene dal francese “enquete” che significa questionario (in questo caso). Non potete capire. Per fortuna per gli italiani le cose sono un po’ più semplici (e gli strafalcioni più facili da notare), visto che il patrimonio fonetico e’ pressoché identico.

Per fortuna per loro (penso), non sanno sul serio (spero) che cosa certe frasi su una maglietta vogliano dire…

Vi lascio a una carrellata di fantastici casi di EngRish (qui).


Sunday, February 5, 2017

Know your nihonshu -- 日本酒

Then came the day I learned about sake, the Japanese rice wine…

It’s not that I am an expert now, but I can at least pick my own sake without having to rely on others’ recommendations. Since rice wine is THE alcohol product that identifies with Japan (although beer is the drink of choice), learning a bit more about its making will also mean learning a bit more about the people and the culture. And since the lecture was given at work (after working hours heh!), as a part of a whole learning and tasting seminar, it was even convenient to attend.This sake tasting event was just one of several activities that are promoted by our HR section (like yoga classes, outdoor trips, music events, and the like) to allow people to mingle, get their heads off work, spend time learning about new stuff.

We all gathered in a room, a bundle of printouts and booklets neatly arranged at a table for each participant, a white board and a powerpoint presentation. We first were given a short introduction about Hakkaisan, the company whose sake we were going to drink, then a 30-ish minutes explanation on how sake is made and how the procedure is different from making beer or wine.

The whole presentation was in Japanese, and yet I found it interesting. Non Japanese speakers among us were also given translated printouts and could also ask for more explanations to a translator (also working for the company).

The brewing process looks rather long, made of several delicate, important steps. Like with wine, everything matters in the making of a good sake: quality of rice, starch/bran ratio, quality of water, sugar content, fermentation time, conservation, and so on. We also learned a few more things: that all parts of rice are used, recycled into flour or such, and that less than 3 meters of snow in winter is bad news…well, no not really. But, yes, the weather conditions are important, the colder the better. In fact, the Hakkaisan company makes its sake in Nigata prefecture, one of the coldest and one of the most famous for rice production (and for snow).

The highlight of the seminar (to me) was learning how to interpret the alcohol percent we always see in the bottle labels…at least I can make sense of a sweet or dry sake. Science works folks!
What will be very hard to remember is all the million different names for the million different types of sake…mission impossible?

Anyway, after the lecture, we were given the green light and started the tasting. On a table were several bottles of sweet, dry, more expensive, less expensive sake. The woman giving us the lecture was serving generous glassfuls of whatever we wanted to try. People went crazy, obviously, and got drunk fast. I can imagine that some of those bottles were kinda expensive, hence the wish to drink a lot in order to make the participation fee worth it. In the end, all the unopened bottles were given away with a draw. I think one out of three participants got one bottle of choice, myself included. Fortunately I could choose a dry sake, which I like more over the sweet ones. But now whether I shall keep it in fridge after opening or not will be an eternal doubt. I guess I will just have to finish it in one go. Helpers anyone?

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E arrivo il giorno in cui imparai di più sul sake, il vino di riso giapponese…

Non e’ che sia diventata esperta, ma almeno ora posso scegliere il mio sake senza chiedere aiuto ad altri. Visto che il vino di riso e’ IL prodotto alcolico che fa Giappone (anche se di fatto più popolare resta la birra), imparare un po di più sulla sua produzione significa anche imparare un po’ di più della cultura e delle persone. E siccome il tutto succedeva in azienda (al di fuori dell’orario lavorativo eh), ovvero un intero seminario con assaggi sulla tecnica produttiva, era anche comodo parteciparvi. L’evento di assaggio del sake e’ solo una delle varie attività promosse (tra cui yoga, gite, eventi musicali e altro) con lo scopo di far interagire di più le persone, distrarle un attimo dal lavoro e passare del tempo a fare qualcosa di nuovo.

Eravamo tutti in una sala, con un fascicolo di fogli e carte e stampati vari ordinatamente sistemati per ogni posto, con una lavagna e una presentazione digitale. Prima ci e’ stata data una introduzione dell’azienda Hakkaisan che e’ quella che produce l’omonimo sake, seguivano poi 30 minuti circa di spiegazione su come e’ ottenuto il sake e la differenza con il metodo di preparazione di birra o vino. L’intera presentazione era in giapponese, eppure l’ho trovata lo stesso interessante. Quelli tra noi che non parlavano giapponese avevano la stessa presentazione stampata in inglese, e volendo c’era pure una ragazza che traduceva per noi.

L’intero processo di fermentazione e’ piuttosto lungo, fatto da vari passo ognuno delicato e importante. Come per il vino, tutto influisce nella preparazione di un buon sake: la qualità del riso, il rapporto amido/crusca, la qualità dell’acqua, la quantità di zuccheri, il tempo di fermentazione, la conservazione, eccetera. In più abbiamo anche imparato altro: che del riso, come del maiale, non si butta via niente (tipo si fa farina o altro dalle parti inutilizzate), e che meno di tre metri di neve in inverno si traducono in una brutta annata…va beh no. Pero’ si, le condizioni esterne contano eccome, più freddo e’ meglio e’. Non a caso, l’azienda Hakkaisan e’ a Nigata, una delle prefetture più fredde e più famose per il riso (e per la neve).

La cosa più bella di tutto il seminario (per me) e’ stato capire come si interpreta la gradazione alcolica..ora posso almeno distinguere i sake dolci da quelli secchi. La scienza e’ scienza.
Quello che invece sara’ difficile da ricordare e’ i vari nomi dei miliardi di tipi di sake…sara’ una missione impossible.

Comunque, dopo la parte teorica siamo passati alla pratica: assaggi. Su di un tavolo c’era una bella selezione di sake, dai dolci ai secchi, dai più economici ai più costosi. La signora che ci ha spiegato il tutto e’ stata molto generosa nel riempire i bicchierini dell’assaggio, e infatti tutti stavano brilli dopo pochi minuti. Posso anche dedurre che, visto che alcune delle bottiglie sembravano abbastanza speciali, tutti si erano messi in testa di bere a più non posso cosi da sfruttare al massimo la quota di iscrizione. Che poi alla fine tutte le bottiglie che erano ancora sigillate sono state donate con un sorteggio. Mi sa che uno ogni tre di noi, me inclusa, ha beccato una bottiglia. Ma mica io mi ricordo se questa che ho va messa in frigo dopo l’apertura o va bevuta tutta….oh, mi serve aiuto a finirla.




Sunday, January 29, 2017

Cucina Marina - Girl power dinner with theme - Act V

I organised another themed, girl-only dinner, after such a long time time, and I have to say I liked how it went.
The theme was hot and spicy, which meant we ate a set of dishes with most varying taste, from the habanero-flavoured meat to the chili chocolate, passing through spiced salads and beans.

A few highlights of the evening include the fact that we all cooked at my place, for a change, and we made a new friend. Indeed, one of my guests is new to Japan, meaning that her friends circle is just starting to grow. She now +4ed her friends’ list and was given the ABC of Japanese communication etiquette. Sorry to say, but she’ll be a Line app sticker fanatic in no time and a worshipper of kawaii…

All the cooking happened, as mentioned, at mine. We surprisingly self-organised very well, even in a kitchen as tiny as mine is, and really spent more time talking than cooking. We were so busy talking that we barely finished the second bottle of wine!! Fortunately, the cooking part didn’t take long, as each recipe was done in under one hour.

Anyway, the contributions to the dinner included: spiced lentils (orange juice and cloves being the main flavouring agents), raita which, although spiced itself, was a perfect salad to balance the hot dishes out, patatas bravas (I still have the hot sauce leftovers in my fridge yay!) and some amazing Irish coffee that perfectly accompanied the dessert. You just try and guess how nice my apartment smelled while all that cooking happened…

My own addition to the dinner: artichoke hearts in chili oil, one of the very few food items from Sicily I ask to get smuggled in, chili con carne, which turned out to be spicier than intended, and my first attempt at chocolate bonbons coated with chili chocolate, in the two dark and milk chocolate variants. My idea was to make pops, but something didn’t work as it should have along the way, so in the end I had to give up on the idea and just serve blobs of chocolate on a plate. Not very appealing to the eye, but certainly appealing to the mouth. Definitely a great match to the flavory, hot,creamy Irish coffee. I will work on the looks when I will need to make a job out of my hobby, now I just focus on the taste.

All together we spent about 6 hours at my place, which flew by so quick that in the end the girls had to almost rush back to the station to catch their train in time. Why oh why don’t you Japan put all night trains? On weekends, at least?

In any case, for me the night went on, and I don’t mean because of the cleaning (that was done in a heartbeat, thanks to the girls who helped me with that), but because I had the coffee. I normally don’t drink coffee at night, but would you blame me for wanting to drink that lovely concoction anyway? Right.

Every time I plan a theme dinner I get asked where I take inspiration from, then we also ended up thinking about challenging themes I could get my head around, so now I have a few ideas for future dinners and I also know my limits: I won’t ever cook any bugs (yeah, that’s how high we aimed)…challenge NOT accepted.

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Ancora una volta e’ tempo di cene al femminile a tema, e devo dire che e’ andata molto bene.
Il tema era piccante e speziato, quindi abbiamo avuto una serie di piatti con gusti variabili dal super piccante della carne al sapore meno pungente delle spezie nell’insalata.

Un paio di cose da sottolineare erano intanto che abbiamo cucinato tutto da me, per cambiare, e poi c’era una nuova amica che e’ arrivata da poco in Giappone e quindi ha bisogno di allargare il giro di amicizie. Ora vanta 4 persone in più nella sua lista e da ora in poi, forse purtroppo, sara’ risucchiata nella spirale del kawaii giapponese.

Come detto, abbiamo tutte cucinato da me, cosa che e’ andata abbastanza bene persino in una cucina piccola come la mia. Che poi abbiamo passato più tempo a parlare che a cucinare, cosi tanto che infatti non siamo neanche riuscite a finire la seconda bottiglia di vino. Meno male che la parte in cui si cucina era breve, infatti tutte le ricette erano pronte in meno di un’ora.

Comunque, questo quello che e’ stato preparato: lenticchie all’arancia e chiodi di garofano, raita che nonostante fosse speziata andava benissimo a spezzare il piccante degli altri piatti, patatas bravas di cui conservo la salsa piccante in frigo e infine un fantastico Irish coffee che si sposava perfettamente col dolce. Casa mia, come si potrebbe immaginare, profumava di buono…

Invece io ho preparato intanto un aperitivo di carciofi sottolio, olio piccante, che sono una di quelle cose che non mi faccio mancare da casa, poi un bellissimo chili con carne che era più piccante del previsto e po infine un test con praline di cioccolato sia fondente sia al latte al peperoncino. A dire il vero, la mia idea era di infilzare le palline pralinate in degli stecchini cosi da poterle anche presentare in maniera simpatica, ma a un certo punto dell’esecuzione le cose non sono andate come previsto e quindi ci siamo ritrovate con delle pallottole di cioccolato in un piatto. Va beh, non certo allettanti per l’occhio ma di certo allettanti per la gola. Proprio un accoppiamento perfetto con la cremosita’ del caffe. Poi alla presentazione ci lavoro, per ora mi soffermo al gusto.

Gira e rigira, sei ore sono volate e le mie amiche sono dovute correre via per prendere l’ultimo treno. Perché, Giappone, non metti treni tutta la notte? Almeno il fine settimana?

Per me la serata non e’ finita dopo le sei ore, non tanto per pulire il tutto visto che avevo ricevuto un valido aiuto, ma per il caffe. So che non dovrei bere caffe la sera, che poi non dormo, ma dico potevo privarmi della prelibata bevanda soprattutto preparata in quel modo? Esatto.

Infine, mi si chiede sempre come mi sia venuta l’idea delle cene a tema, e successivamente ci siamo messe a pensare a nuove sfide culinarie. Ora ho qualche idea per le future cene e so anche dov’e’ che mi fermo: non mi vedrete mai a cucinare insetti (eh, si, siamo arrivati fino a li)…sfida NON accettata.








Thursday, January 26, 2017

Chicken Year

It’s time for another Chinese zodiac post! The end of January marks the beginning of the year of the (Fire) Rooster, my own guide animal.

A while ago I had done a through reading through all the available sources and found out about my Chinese sign, so I’ll redirect you to that (here).

Now, every information out there shall be critically apprehended because, well, the happiness (or the lack of) one may experience is depending on the source. It is said that, in general, people whose Chinese sign is the year sign won’t have a favourable year. Yeah, right. Isn’t the chicken the animal that runs away at any faint sign of faint danger? Come on, they always make it through…it must be the fire element, for sure!

Also, there is some more on Chickens, like that Chicken is for example the unofficial symbol of France (and a French sports brand), to the Greek the rooster was a symbol of victory, as it rose early saluting the sun. Also, roosters in Japan are considered sacred and left free to roam around shinto shrines.

Anyway, as per usual rundown, let’s see what’s in store for all the zodiac signs this year.

Rat, Dragon and Ox signs will see success in 2017 and are the most favourite. Tigers will enjoy of some lucky combination of elements that will ensure they won’t lack people to help them in case of need. Snake signs will stand out professionally. Horses will face an OK year, with a balance of good and bad luck in career and money so they will tend to be irritable. Looks like a bad year for Goat signs, dealing with expenses that will tear relationships apart. Monkeys will also be lucky, especially in romance, and Roosters (here we go) will solve their problems with help of people, like Tigers. Rabbit signs, instead, will swim in a sea of difficulties, while Pigs will be busy and tense and should make use of patience. Finally, for Dogs, this year will be a good one, except for some health problems.

My dear rooster (and not) friends, don’t chicken out, and live your life as usual, for if the fate was already written, every attempt at avoiding bad luck should fail.

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Tempo di un altro post sullo zodiaco cinese! La fine di gennaio segna l’inizio dell’anno del gallo (di fuoco), il mio animale zodiacale.

Gia’ qualche tempo fa avevo passato in rassegna le varie fonti e mi ero documentata riguardo al mio segno, e trovate tutto (qui).

Ovviamente tutte le informazioni che si trovano vanno prese con u guanti perché pare proprio che la felicita’ (o la sua carenza) che uno può provare dipende in base a quale fonte si decide di credere. Di solito, si dice che l’anno del proprio segno zodiacale non e’ positivo. Si si certo. E poi, non sono i polli quelli che al primo segno di finto pericolo corrono via? Trovano sempre un modo per scamparla , suvvia. Mi sa che e’ per l’elemento fuoco, sicuro.

Che poi, c’e’ molto altro da dire, come ad esempio che il gallo e’ il simbolo non ufficiale della Francia (e di una marca sportiva), che i greci associavano il gallo alla vittoria proprio perché cantava ogni mattina al sorgere del sole. Infine, in Giappone i polli sono considerati un po’ sacri e vengono lasciati scorrazzare liberi per i templi.

Ma comunque, veniamo alla nostra sommaria previsione per i segni zodiacali di quest’anno.

Topo, drago e bue sono i segni con maggiore successo nel 2017. La tigre si godrà una combinazione favorevole di eventi e tramite l’aiuto di persone se la caverà sempre. Il serpente si distinguerà professionalmente, mentre il cavallo avrà un anno bilanciato tra buona e cattiva sorte in lavoro e affari, quindi potrebbe diventare intrattabile. Per la capra pare sia un anno funesto, segnato da spese e strappi nelle relazioni. La scimmia avrà fortuna soprattutto nella sfera sentimentale, mentre il gallo (e qui ti voglio) ricevera’ aiuti e supererà le difficolta. Il coniglio e’ quello che vedrà sorte avversa, mentre il maiale avrà un anno impegnativo e dovrebbe usare molta pazienza. Infine il cane avrà un buon anno, eccetto per qualche problema di salute.

Miei cari polli (e non), non scappate e vivete la vostra vita come al solito che tanto, se il destino fosse gia scritto davvero, ogni tentativo di cambiare la cattiva sorte fallirebbe comunque.


Sunday, January 22, 2017

Fish cleaning school

I gave another cooking lesson recently, and it was about fish. The menu was new, never tried before as a whole, so I was prepared to fix all that could go south while teaching. When planning the class and playing it in my head, I though that showing how to scale, gut, cut and skin a fish would have been just nice. But I was not definitely going out of my way to get hold of a nice whole salmon or bream or cod, or other big fish, to show it. A snapper as a sample would do. This only because one guy who attended one of my past classes loves fishing and was interested in learning -from me- how to cook his catch. Poor him.

Anyway, the class went well, except for the snapper part. First I had to remove all scales. Now, I didn’t have the tool to do it, so in order not to have fish skin flakes flying all over my place I well thought of an old trick: use a big transparent plastic bag to put the fish in, a sharp knife, scratch scratch scratch…et voila. Right. Only that I realised there and then that my knife wasn’t sharp at all. Still, scratch I did, and I ended up shooting fish scales mercilessly past my guests faces. The snapper was also, as said, too small for the recipe in store. Plus, you don’t really need to remove the oh so thin skin of a snapper, but you do need to remove that of a big fish. So I had to show it, leaving almost no fish left for cooking.

I bet my students were none the wiser after my successful and skilful slaughtering of a poor lil fish, except for the fact that, maybe, they now know a serial killer when they see one. They all laughed at my funny poses with the fishbone (the butcher had a sense of humor, tsk tsk), so hopefully they will forget all the gruesome details and will buy nice and clean filets from their trusted fishmonger….

But, as another one of my cooking tricks, I showed them, with the proper fish cuts, how to remove the skin easily and without using a knife. You want to know how, you join my class (evil grin).

I think I balanced it all out with the most awesomest salmon pie of all times, a pastry marvel with decorative patterns and perfect taste, a pattern I made up on the fly. I confused my students quite a bit, but the final result was worth it. The lemon cake was also another scale tipping element. In favour.

I again had a nice group of participants, some returning, some new. I was positively impressed by one girl who couldn’t speak or understand much English, and yet she came to join the class and watched, and -I hope- learned something. Respect woman! Respect.These, alas, are the moments when I feel helpless and the most frustrated for having lived in this country long enough and yet not being fluent in the language. Pffff!

All is well what ends well, people had their leftovers to bring back home, and I didn’t have any bad reviews yet. I got no reviews at all, so I guess no news good news. Next fishy class is in February with the fishing guy, so wish me luck.

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Qualche settimana fa ho fatto un’altra lezione di cucina, con tema pesce. Il menu era tutto nuovo e mai provato organicamente, quindi mi sono ritrovata a salvare il salvabile, nel caso di situazioni imbarazzanti, durante la lezione. Quando ho pianificato la lezione avevo pensato a far vedere come squamare e pulire un pesce, che secondo me era carino. Chiaro che non vado a cercarmi un bel salmone intero, o un merluzzo o una orata, ma un pescetto tipo dentice, piccolino, va più che bene come dimostrazione. Tutto ciò solo perché a una delle mie lezioni si e’ presentato questo tipo con la passione per la pesca e che quindi voleva imparare, -da me, poverino- come prepararsi la sua pescata.

Alla fine la lezione e’ andata bene, eccetto per la parte con il dentice. Intanto dovevo togliere le scaglie. Che, non avendo l’attrezzo adatto, ho rimosso usando un vecchio stratagemma per evitare scaglie volanti: busta trasparente, metti dentro il pesce, prendi un coltello affilato e gratta…semplice. Solo che mi sono resa conto che il mio coltello non era granché affilato, e quindi ho fatto lo stesso, con l’aggravante che ho sparato scaglie di pesce a destra e a manca. Comunque, come gia detto il dentice era troppo piccolo per la ricetta in programma, e tra le altre cose ha una pelle talmente sottile che non ha bisogno di essere tolta. E pero’, togliere la pelle, lo dovevo spiegare comunque, cosa che non ci ha lasciato molto filetto con cui lavorare.

Sono sicura che quei poveri studenti non hanno imparato nulla dal mio scempio, tranne che forse sanno riconoscere un macellaio. Ho fatto anche un po’ la giullare con i resti della lisca e della testa, cosa che spero gli faccia dimenticare i dettagli macabri e procurarsi i filetti belli e puliti dal loro pescivendolo di fiducia…

Comunque, anche qui c’era un altro trucco da insegnare, cioè come fare a spellare un filetto di pesce, senza ricorrere a coltelli o macellazioni gratuite. Se volete sapere come, seguite una mia lezione, HAHA.

Penso che comunque ho ribilanciato il tutto con un salmone in crosta che più fantastico non ce n’e’, con tanto di decorazione della sfoglia, cosa che mi e’ venuta in mente sul momento. Erano tutti confusi nel provarci, ma il risultato finale ne valeva la pena. E poi c’era anche la torta al limone a fare da ago della bilancia (a favore ovviamente).
Ancora una volta ho avuto un bel gruppo, alcuni veterani, altri nuovi. C’era poi una ragazza che mi ha colpito positivamente, perché non capiva nulla di inglese e nonostante ciò si e’ venuta e ha cercato di capire…un mito. Speriamo che abbia carpito qualcosa. Questi, tuttavia, sono i momenti in cui mi sento proprio uno zerbino per il fatto di vivere cosi a lungo in questo posto e ancora non essere capace di parlarne la lingua. Che palle.

Tutto e’ bene quel che finisce bene, c’erano un sacco di avanzi per loro da portare a casa, e non ho ancora visto nessun commento negativo. Anzi, non ho visto nessun commento proprio, ma come si dice “nessuna nuova buona nuova”. A Febbraio avro’ un’altra lezione di questa e ci sara’ l’amante della pesca. Auguratemi buona fortuna.

Saturday, January 7, 2017

The universe and art @MAM

When I looked for things to do this week in Tokyo I spotted 3 words: “Leonardo da Vinci”. As I have a thing for geniuses, Leonardo above all, I had to know what it was about. It turns out there is an exhibition at my beloved Mori art museum (MAM) about art and outer space, until Jan 9th. Well, with no further ado, I went to see it.

The title of the exhibition was more luring than revealing, actually: “The universe and art: princess Kaguya, Leonardo da Vinci, Teamlab”. Indeed, by Leonardo da Vinci there was only one work, a framed sketch of the earth and planets, even forbidden to photograph, dammit. But the theme was broadly about how humanity has acknowledged and coped with the existence of the outer space, not just  about Leonardo’s genius. The common denominator was, then, how the human kind has always tried to explain one way or another some otherwise inexplicable astronomical phenomena. In the end I think MAM nailed it again, so my overall rating of the exhibition is positive, despite the little initial disappointment.

There were four sections, accounting for about 200 works from all over the world.

The first section was about how people over the millennia have explained the universe via religion or myths or science. Starting from the ancient buddhist mandalas, Japanese mandalas, then following with the studies during the renaissance, Galileo, da Vinci, a Japanese samurai turned astronomer (he build the first Japanese telescope), a Japanese sword made out of meteorite iron (whoa!). In this section were also many earth and planets models, telescopic lenses, notebooks, nice Galileo’s sketches of the phases of the moon or the sun spots, images of planets seen through his telescope, the first sun dials. The mandalas were also interesting but cryptic, displaying a vision of all the interactions between gods, celestial bodies and humans.

The second section was about space-time and how contemporary minds perceive the universe. Here I saw a mix of visionary works and fine mechanics and science. At this point I had already forgotten my bitterness about the lone da Vinci piece. There were huge paintings of inexplicable phenomena, or just of the beauty of a total solar eclipse. There were installations such as that of a black hole (well, what the artist thought of it) made with wood and lights, a sundial made of a series of silent, smooth rotating mechanical arms with lights (an artificial sun), and works inspired by the superstring theory (11-dimensional space! yeah, look it up). My favorite piece of this section was a media installation called Brilliant Noise, made by an artists duo known as Semiconductor: movie projections on three walls of a pitch dark room displayed black and white images of the solar activity, like magnetic fields, explosions on the surface of the sun and such. All was accompanied by the noises the universe is supposed to sound of. Cool. And, yes, brilliant.

Then, the third section was about the existence of aliens. Ohh-la-la. So here a series of images and items born from speculations and beliefs on the possibility of other forms of life being out there. There are Japanese tales on an object found which contained a tiny human in it and the tale of Kaguya (a girl found in a bamboo, raised to become a princess and then returned to where she came from, the moon), the very puzzling sculpture by Piccinini of a chimeric being, meteorites, fossils, science fiction comics where aliens are seen as helping humans or monsters aiming at the destruction of the human kind, there are robots, or beasts, or human-like beings. There is then also the 3D model of a  sexy female robot by a Japanese artist, very puzzling and yet very humanised.

The fourth and last section is then dedicated to space exploration and the future of the human kind. Iconic images of the landing on the moon, astronauts, the Apollo control room, planets and space suits are all displayed here, together with paintings of astronauts in space. There even is a very precise reproduction of the Challenger, the shuttle that exploded seconds after take off. Finally, a small section about designs for future settlements on other planes, like the Mars ice house, or also wearable living technology from algae or bacteria that would allow people to survive in the most extreme environments. A small rover model from a Japanese agency was displayed here too.

But, but, but. Last but not least, there was an impressive, awesome projection mapping work by Teamlab in yet another dark room. A three minute 3D lights and colours mapping, of which I merely refer to a video, as words can’t explain it fully (here). It felt like being suspended in space, and indeed in the video you’ll see people standing still just as reference. So. Cool.

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Quando stavo guardando per cosa fare questa settimana a Tokyo ho notato tre parole (no, no cuore sole amore): “Leonardo da Vinci”. E siccome io per i geni ho un debole, soprattutto per Leonardo, dovevo assolutamente sapere di cosa si trattava. Ebbene, si trattava di una mostra al mio amato Mori art museum (MAM) riguardo a arte e spazio, fino al 9 gennaio. Beh, mi sono fiondata.

Il titolo della mostra era piu' invitante che rivelatore, a dire il vero: “The universe and art: princess Kaguya, Leonardo da Vinci, Teamlab”. Infatti di opere di da Vinci ce ne stava solo una, un appunto su terra, orbite e pianeti, e in più no foto grazie. Ma porc…Vabbe, e’ pur vero che il tema della mostra era ampio, relativo a come gli esseri umani hanno appreso e abbracciato l’idea dell’universo, e non relativo solo al genio di Leonardo. Il denominatore comune era come il genere umano abbia sempre cercato di spiegare in qualche modo fenomeni altrimenti inspiegabili. Comunque, detto questo, MAM ancora una volta ci ha pienamente azzeccato, e quindi il giudizio generale sulla mostra e’ stato positivo, a parte la piccola delusione iniziale.

La mostra era organizzata in quattro sezioni, per un totale di circa 200 opere provenienti da ogni parte.

La prima parte riguardava una panoramica di come gli uomini nel corso dei millenni si siano spiegati l’universo o via religione o miti o scienza. Si incominciava dagli antichi mandala buddisti, i mandala giapponesi, poi gli studi durante il periodo rinascimentale, Galileo, Leonardo, un samurai giapponese diventato il primo astronomo, creando pure il primo telescopio giapponese, infine una spada forgiata dal ferro di un meteorite (bum!). In questa sezione c’erano poi anche vari modelli della terra e i pianeti attorno, telescopi, libretti con appunti scientifici, le bozze di Galileo sulle fasi lunari e sulle macchie solari, eccetera. I mandala erano interessanti ma un po’ troppo criptici.

Poi, la seconda parte riguardava lo spazio-tempo e come l’universo viene percepito nell’era contemporanea. Qui c’erano un mix di opere visionarie e congegni meccanici. A questo punto mi ero gia dimenticata dell’amarezza causata dalla questione da Vinci. C’erano enormi dipinti di fenomeni inspiegabili, o anche di semplici eclissi totali di sole. C’erano installazioni come quella di un buco nero (la rappresentazione di esso) fatta con legni e lampade, c’era una meridiana e una lampada (un sole artificiale) che roteava silenziosamente grazie a un raffinato sistema meccanico, lavori ispirati alla teoria delle superstringhe (le 11 dimensioni dello spazio!! questa andatevela a studiare eh). Il mio lavoro preferito di questa sezione era una installazione video chiamata Brilliant Noise realizzata da un duo di artisti noto come Semiconductor: proiezioni su tre pareti di una stanza completamente al buio riproducono immagini dell’attività del sole, come campi magnetici, eruzioni, eccetera. Il tutto accompagnato dai rumori che nello spazio si dovrebbero sentire.

La terza parte, e qui il tutto si tinge di mistero, e’ dedicata all’esistenza degli alieni. E via una serie di immagini e oggetti esposti nati dalla speculazione e dalla credenza sulla possibilità dell’esistenza di altre forme di vita. Ci sono le storie giapponesi della scoperta di un oggetto tutt’ora non identificato con un essere umano dentro, poi c’e’ la storia della principessa Kaguya (trovata dentro a una canna di bambù, poi cresciuta da principessa e infine ritornata al luogo da cu proveniva, ovvero la luna),  poi ancora la scultura di un essere chimerico di Piccinini, e poi ancora meteoriti, fossili, fumetti di fantascienza dove gli alieni sono visti o come amici o come nemici che vogliono distruggere il pianeta. C’e’ infine una rappresentazione 3D della robotessa nata dalla fantasia di un vignettista giapponese.

La quarta sezione, infine, riguarda l’esplorazione dello spazio e il futuro degli esseri umani. Qui si trovano esposte le famosissime iconiche immagini dell’arrivo sulla luna, gli astronauti, la camera di controllo di Apollo11, tute spaziali eccetera. C’e’ anche un modello che riproduce lo shuttle Challenger che si disintegro’ pochi secondi dopo il lancio. Una parte di questa sezione mostrava idee e progetti sul come si potrebbe vivere in altri pianeti, o con igloo di ghiaccio o vestendo materiali viventi, come batteri o alghe che permetterebbero la sopravvivenza in ambienti ostili.


Come tocco finale c’era un’altra proiezione video opera del gruppo Teamlab, ancora in una stanza buia. Qui e’ difficile descrivere l’animazione 3D, quindi vi lascio semplicemente un video da guardare (qui). Vi sentirete come nello spazio.













Thursday, January 5, 2017

All you need is ride your bike

So, it’s year-end holidays. It’s sunny. It’s warm. It’s time I take advantage of such profitable circumstances and spend as much time as possible outside. I figured I could do some biking around to exercise a bit and at the same time discover some new areas. 

Instead of riding the Tama river route, which is very beautiful and yet I’ve cycled it many times, I first tried to ride east to west along Tsurumi river. This was also a choice of convenience, as the river is right by my place thus saving me the time of dodging cars through the city roads until I can finally get to cycle for real.

I was expecting a slow and draining ride, because the river side trail is crossed by cars at each bridge (I run there, too, so I know). But it turned out not to be true. In fact, although the first 3 or 4 km are interrupted here and there due to traffic (that’s where I turn back on my jogs), the rest of the trail was off the road. I rode to Shin-Yokohama and back, with the bonus views of mount Fuji along the way, totalling 20km. Not bad, right?

The only problem on that day was the strong (head) wind. I didn’t even think it’d be windy by the river, so I basically fought the god of winds rather than cycling for the whole ride. I didn’t like the dry and tall weeds I saw all along the path either…it was a bit scary, because I can imagine how easy it would be for them to get fire, especially in these dry days (and with such a wind!). Also, they were invading part of the trail, making it too narrow for runners and cyclists. Sad, I think the riverside would benefit of some proper makeover. I mean, the views didn’t look so bad…

New day new ride. On another gorgeous day, I tried to ride southward to Yokohama, which is another 20-ish km forth and back. This is a ride I wouldn’t want to do regularly, as it is cycling through the urban jungle and that’s annoying. Unless I had an alternative route via the small neighbourhood streets, the only option to get to Yokohama was along route 15, one of the main traffic arteries in this region. Once already, and for a totally different purpose, I had cycled along the 15, north-bound (see here), and the memories of many crossings, lights, bridges, dumb pedestrian, dumb cyclists, and the lack of riding lanes I had to deal with didn’t prospect an upcoming pleasant ride. Still, I wanted to try at least one time to go the opposite direction, for the sake of being outside. And also, I knew that once I reached the bay area in Yokohama, things would change and being outside would feel great.

I managed to cycle on a road parallel to route 15 for a long stretch, and that was looking good, but I knew at some point I had to chose among: get on a small bay-side industrial site road, get on route 15, or navigate the small streets until, eventually, reaching my destination. Obviously, the factories area road was a big no; the small streets was another big no unless I had 10 hours of daylight ahead of me; so, alas, that left only one option.

All in all the ride was doable. Annoying yes, but doable and I reached Yokohama alright. I then stopped at a park by the bay and took my time. Oh, yeah. I sat in the sun for a while, waved at the people being ferried across the bay, watched kids playing. On my way back I stumbled upon the second half of what I later learned was the Hakone ekiden (a two-day race between Tokyo and Hakone and return, about 200km). One side of road 15 was closed to the traffic and the roadsides were lined with people standing and cheering at every runner, in turn being chaperoned by a police officer in motorbike and sometimes by TV cameramen.

Once at home I had to read up about that big traffic disruption and event, which I had no idea about when I went cycling. Turns out this Ekiden race is a 150 years old tradition, started in 1920 by a guy who wanted to compete at world marathons. Teams from 19 universities compete at the annual race, and only male runners are allowed. So, sports and education day.

Anyway, thanks to the race, I could cycle back home on the other side of the road pretty much on a green light (and pretended all the cheering and encouragements were for me).

And so the end of the year and the beginning of the year were sporty and active. Here is for more of such days.

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Ricapitolando, siamo in ferie di fine anno, c’e’ il sole e fa caldo…meglio approfittare di queste condizioni vantaggiose e passare quanto più tempo possibile all’aperto. Io l’ho fatto prendendo la bici per fare un po’ di esercizio, allo stesso tempo andando verso posti ancora inesplorati.

Invece di raggiungere il fiume Tama, che si e’ bello pero’ ci sono gia stata troppe volte, un giorno mi sono messa a seguire il fiume Tsurumi, verso ovest. Questo anche perché il fiume sta proprio sotto casa mia e quindi non avrei avuto bisogno di attraversare la citta e svincolarmi dal traffico per raggiungere un posto “ciclabile”.

Mi aspettavo un giro snervante e lento, visto che so che ad ogni ponte mi devo fermare per via del traffico (li ci vado sempre a correre). Pero’ e’ andata meglio di come credevo. Infatti, seppure i primi 3 o 4 chilometri sono interrotti (fin dove corro, poi torno indietro), il resto della pista era separata dalla strada e ho potuto raggiungere indisturbata Shin-Yokohama, con bonus la vista del Fuji durante il tragitto. Andata e ritorno, 20 chilometri. Non male, direi.

L’unico problema quel giorno era il forte vento. Io non pensavo neanche che sarebbe stato cosi ventoso lungo il fiume, quindi più che pedalare ho lottato contro il dio dei venti per tutto il tragitto, andata e ritorno. E non mi sono neanche piaciute le erbacce secche e alte che si buttavano verso la pista, impedendo la visuale e rubando spazio a chi si trovava sul percorso. Tra l’altro immaginavo a quanto sarebbe stato facile provocare un incendio, con quel vento poi! Pero’ peccato, di sicuro entrambi i lati del fiume ringrazierebbero dopo una bella ripulita. Anche perché poi la vista non e’ malvagia in fondo…

Giorno nuovo, giro nuovo. In un’altra giornata di sole ho provato a raggiungere Yokohama, andando a sud stavolta, in totale sempre una ventina di chilometri andata e ritorno. Diciamo che questa non e’ tra le mie pedalate preferite, proprio perché e’ tutta dentro la citta. A meno che non si trovi una alternativa migliore attraverso le viuzze di quartiere, l’unico modo per raggiungere Yokohama e’ lungo la 15, una delle strade più trafficate dell’area. Gia una volta, anche se per un motivo totalmente diverso, mi ero trovata in bici lungo la 15 direzione nord (vedi qui), e i ricordi di troppi incroci, semafori, ponti, passati sbadati, ciclisti sbadati, e mancanza di piste ciclabili non hanno certo contribuito a una visione idilliaca della gita. In ogni caso, giusto perché valeva la pena stare all’aria aperta, ho comunque voluto provare la direzione opposta della 15. E poi sapevo bene che una volta raggiunta Yokohama, le cose sarebbero cambiate di botto e trovarsi all’aperto sarebbe stato magnifico.

Per un bel po’ sono riuscita a pedalare su una strada parallela alla 15, fortunatamente, ma a un certo punto bisogna cambiare strada e scegliere tra: una stradina lato mare ma zona industriale, o la tanto odiata statale 15, oppure andare a zonzo tra i quartieri fino a raggiungere, eventualmente, Yokohama. Ora, chiaramente la zona industriale no. Le stradine interne, no, anche perché si vorrebbe rientrare in giornata e con la luce del sole sul viso. E purtroppo la sola opzione rimasta e’ proprio la 15.

Alla fine non era tanto male. Antipatica si, ma non impossibile, e alla fine ce l’ho fatta senza troppi sforzi. Arrivata, mi sono fermata a un parco che si affaccia sulla baia e decisamente mi sono presa il mio tempo. Con calma. Mi sono rilassata al sole, ho salutato i passeggeri dei traghetti che andavano avanti e indietro, ho osservato i bambini giocare. Ritornando, mi sono imbattuta in quella che ho dopo appreso essere la Hakone ekiden (una gara di corsa di due giorni tra Tokyo e Hakone e ritorno di circa 200 km in totale). Un lato della 15 era chiusa al traffico per permettere ai corridori che gareggiavano di andare senza problemi, preceduti da poliziotti in moto, e con un sacco di gente a bordo strada che incitava e sosteneva con grida e applausi i loro favoriti. Una volta a casa mi sono poi documentata meglio per sapere che cos’era tutto sto casino, visto che non avevo idea di cosa stesse succedendo quel giorno. E ho letto che sta Ekiden esiste dal 1920, quando un tizio si era messo in testa di voler gareggiare alle maratone in tutto il mondo. A questa gara annuale partecipano 19 squadre, una per università, e solo uomini possono partecipare. Giornata sportiva e didattica.

Comunque, grazie a sta gara di corsa, mi sono fatta il lato opposto della strada praticamente indisturbata e senza fermate fino a casa (e nel mentre facevo finta che le urla di incoraggiamento fossero per me).


In sostanza, sia la fine che l’inizio dell’anno sono stati nel segno dell’attività fisica. E speriamo che ci siano molti di questi giorni.




Tuesday, January 3, 2017

The year of the mammoth?

And so it’s 2017. It seems like the world gets less and less safe, but we can’t but carry on and focus on the good parts.

Here in Japan we get year-end holidays. I love those days because the country slows down, people prepare to welcome the new year following their buddhist traditions: clean the houses, prepare the food for the first meal of the new year, pray at the temple, burn all lucky charms from the previous year. Many shops and companies close down, the air is clearer and the mountains start to get a thick white coat.

I took advantage of the holidays to indulge in simple things like sitting in the morning sun every day (oh, gorgeous “spring” days we’re blessed with!) to sip my coffee in peace, running outside, take long bike rides, walk aimlessly around the neighbourhood, sort things out, sleep more (and better).

This past year wasn’t among the brightest, I have to say, which made us all (or just me, maybe?) long for days like these. But the stars and planets must have aligned eventually, because winter now is as sunny as it should be. With one exception, that it is too warm with respect to the average temperatures for this season. I am not complaining, of course, but now we do need colder days and snow on the mountains.

As for an end of a year recap, I don’t have much to say. It was all work and depressing weather. I can’t say it was worse than any other year or better, I think…it was just yet another year with its share of good and bad days. Like, yeah, same old same old.

As for new year’s resolutions, well, you know I don’t have any. I mean, I don’t need to resolute on anything to feel better about myself. I just carry on trying to be/do better than yesterday.

There is one thing, though, I’d like to fix. But I came to the conclusion that I need some help from The Police, for that….can you explain mammoths they aren’t ballerinas? Say it in music, maybe?

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E siamo giunti al 2017. Pare che il mondo in cui viviamo sia sempre meno sicuro, ma non possiamo far altro che continuare e fissarci su quanto di buono c’e’.

Qui in Giappone abbiamo ferie di fine anno. Sono giorni che amo perché l’intero paese rallenta, le famiglie si preparano ad accogliere il nuovo anno seguendo le loro tradizioni religiose: pulire casa, preparare il primo pranzo del nuovo anno, pregare al tempio, bruciare gli amuleti dell’anno precedente. Molti negozi e aziende chiudono battenti, l’aria e’ più pulita e le montagne iniziano a imbiancarsi.

Ho decisamente approfittato di questi giorni per dedicarmi alle cose semplici come ad esempio perdere il caffe al sole ogni mattina (e al riguardo, stiamo avendo bellissime giornate “primaverili”), andare a correre all’aperto, fare lunghe corse in bici, camminare in giro senza meta, organizzare le mie cose con calma, riposare di piu.

L’anno passato non e’ stato tra i più luminosi, devo dire, il che mi ha fatto (o ci ha fatto?) desiderare giorni come questi. Ma alla fine stelle e pianeti devono essersi allineati perché ora il tempo e’ proprio come dovrebbe essere, eccezione fatta per le temperature troppo elevate rispetto alle medie. Io non mi lamento, questo e’ sicuro, ma ora e’ tempo di freddo e neve sulle montagne.

Per quanto riguarda il riepilogo dell’anno appena trascorso, non c’e’ molto da dire. E’ stato tutto lavoro e nuvoloni grigi. Non posso neanche dire se e’ stato meglio o peggio degli altri anni…e’ stato semplicemente un altro anno con la sua dose di giorni belli e brutti. Insomma, tutto come sempre.

Anche per quanto riguarda i propositi per il nuovo anno, eh no, non ne ho. Nel senso che non ho bisogno di nessun proposito di inizio anno per sentirmi a posto con la coscienza. Mi dedico semplicemente a essere/fare meglio di ieri, o almeno ci provo.

E pero’ una cosa che vorrei aggiustare ci sarebbe…come si fa a dire a un mammut che non e’ una ballerina? Dirlo in musica?

(thank you, Google!)

Wednesday, December 28, 2016

Christmas lunch party - Take III

On Christmas day, I got up early, grabbed my backpack loaded with goodies and off I went to delight some friends with a few food creations of mine. I now know how cook-on-demand works…I mean, how do these people manage to bring food ingredients and tools without forgetting anything (essential)? I must get a wagon, one of those with a caricature image of me on the sides, so that I can roam Tokyo roads, blare around like those ice cream trucks, and only mess up others’ kitchens instead of mine, wahahaha.

Anyway, site of the Christmas action was a friends’ place in central Tokyo, where I showed up right after coffee time and started cooking undisturbed. I do like their kitchen, is better designed than mine and slightly more spacious, and cooking there was more of a pleasure than anything else. The house -and the hosts!!- was also perfectly Christmassy, and that helped to create the right atmosphere.

Surprised by my own self, I cooked all dishes in less than 2 hours, although we know (you cooks out there) how hard it is to move around in someone else’s kitchen…the oven is different, the ingredients we use don’t necessarily match those we find there, sometimes we’ve got to improvise. And improvise I did.

Alright, my Christmas lunch menu for the occasion was light and simple, because we don’t want to stuff ourselves, do we. It consisted of a cheese cake, I mean my super awesome recipe for a cheese cake, then black sauce spaghetti, creamy vegetable soup with raisins and roasted seeds, with lemon chicken, all accompanied with mulled wine. The chicken my friend had was not right for making a roll, my original idea, so in the end I figured I’d chop it up, stir fry it with some spices and lemon, then add it to the vegetable soup. Judging by the feedback, all was good. Except, I think, the cake, which was not completely cooked in the center. Yep, ovens…

Fortunately, we had other sweets, fruits and an amazing lamb roast (nana’s Greek recipe woohoo) kindly provided by the other guests so that my failure could be easily forgotten and forgiven. Speaking of lamb, I was so happy I could eat lamb, it had been a while since last time I had some and the flavour brought back lots of memories from home.  

And of course, I proposed my Christmas quiz for the last time before retiring it. I have to say that people did really well! The hosts even contributed to the quiz, by arranging a consolation prize as well. So nice.

One only less nice part was that we unfortunately were on a tight schedule, but however early I arrived and however enough notified the guests were, we had to delay the lunch and ended up rushing things a bit. Nothing too bad, really, but that only meant that we had less time to spend together. I hope the kitchen at my friends’ wasn’t too messy after I left. And I hope they managed to keep some leftovers for the day after…

And the third and last party of the Christmas series is done. Now, no more parties, no more cooking, no more cleaning. For a while.

Happy holidays.

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La mattina di Natale m sono svegliata, ho preso il mio zaino pieno di robe buone e sono partita per andare a deliziare degli amici con alcune delle mie creazioni culinarie. E ora so anche come funziona la cucina a domicilio…nel senso, come cavolo fanno queste persone a portarsi ingredienti e utensili senza dimenticare nulla? Mi servirebbe un furgone, uno di quelli con una caricatura mia sui lati, con cui vado in giro per le strade di Tokyo strombazzando e insozzare le cucine degli altri invece della mia, hahaha.

Comunque, teatro dell’azione natalizia e’ stata la casa di due amici a Tokyo, dove mi sono presentata poco dopo il caffe mattutino e ho iniziato a cucinare indisturbata. Mi piace la loro cucina, e’ progettata meglio della mia, più spaziosa e alla fine cucinare e’ stato più un piacere che altro. Poi, da aggiungere, la casa -e i proprietari anche- era perfettamente decorata, cosi da aiutare nel creare l’atmosfera giusta.

In meno di due ore, per mia stessa sorpresa (noi cuochi sappiamo bene che differenze di forni, ingredienti, eccetera richiedono a volte anche improvvisazione), ho messo assieme l’intero menu, che e’ stato all’insegna della leggerezza e semplicità proprio perché mica vogliamo appesantirci, no? Dunque, ho preparato una cheesecake seguendo la mia fantastica ricetta, poi spaghetti al nero di seppia, una crema di verdure con uvetta e pollo, il tutto innaffiato da vin cotto. A dire il vero, l’idea era di fare un rotolo di pollo e spinaci, ma la carne che la mia amica aveva a casa non andava bene e quindi ho cambiato il piano e ho semplicemente aggiunto il pollo a pezzi, prima ben speziato e aromatizzato col limone, alla crema di verdure. In base ai commenti ricevuti, penso che tutto sia stato di gradimento, a parte la torta penso, che non si e’ ben consolidata nel centro. Eh, i forni degli altri!

Per fortuna c’erano altri dolci, e frutta portati dagli altri ospiti, e un fantastico agnello al forno (ricetta greca della nonna), sempre portato da uno degli ospiti, quindi credo proprio che c’era del materiale per far loro dimenticare del mio fallimento.
Ovviamente non potevo non proporre il mio questionario natalizio per l’ultima volta. E devo dire che e’ andata molto bene. Tra l’altro, abbiamo anche avuto un gentile contributo con premi di consolazione addizionali da parte dei padroni di casa.

L’unico dettaglio meno felice della giornata era che avevamo le ore contate. Infatti, non importa quanto presto io sia arrivata per cucinare, non importa quanto spesso uno raccomanda agli invitati di essere in orario, alla fine abbiamo ritardato il pranzo e ci siamo dovuti sbrigare un po’. Niente di che, solo che alla fine uno non ha poi abbastanza tempo per stare con gli amici. Spero comunque di non aver lasciato una cucina disastrata, e che i miei amici abbiano potuto godere di qualche avanzo…

E con questo, la serie delle feste natalizie si chiude. Ora niente più festini, niente più cucina per un lungo periodo.

Felici vacanze.