Wednesday, July 11, 2018

Lifestyle - Paper & the waste


It is time for another appointment with the Lifestyle series, somewhat inspired by the many attempts to transform human beings into conscious, mindful beings.

Maybe you saw recently the National Geographics piece on plastic. Well, it was something that became obvious to me already when I moved to Japan (see the story here), where the amount of plastic waste produced is beyond imagination. Now, I am going to expand on that and discuss more broadly waste (as I see it).

In general, there is a pretty linear correlation between big, rich cities/countries and waste. It is the same in Japan. 

First of all, paper. 
SO. MUCH. PAPER. 
Since these people are very visual, in order to catch their attention one must print the stuff, message or image, out and hang papers here and there to make sure people see it (still, as everyone is sucked into their smartphones screens, this doesn’t work at all). And so there are building notices, office announcements, the weekly or monthly internal news, temporary sign for specific directions, and so on. The vast majority of paper waste I’ve seen happens obviously at the workplace, where on top of all the A4 and maybe A3 notices are extra-efficient secretaries that print out EVERYTHING for you, even what you don’t need or care about (when a more efficient way would be to pdf the thing and email it).

Second of all, paper. 
Does pamphlets distribution still exist somewhere? I think that kind of “job” has been declared dead, no? Well….I could simply show a photograph of a random mailbox bulging with all sorts of flyers and junk mail, small, big, magnetic, wrapped in plastic (plastic! yay!), the municipality monthly newspaper (imagine how much TAXPAYERS’ money goes into printing that!), and more. About 90% if not more of all that ends up in the trash, not surprisingly. And I know what everybody is going to say right now: put a no-ads note on the mailbox and it’s done, right? Well…apparently you are allowed to be spammed with notice papers stuck around like a post-it museum, but you are not allowed to put a note on your mailbox. Right. You do it, you’ll be asked to remove it. This, at least, is what happens in my building and so NOBODY has any sign on their mailboxes. But I am going to try a few more times, I have enough of wasting my time sifting through the stash of trash (in case utility bills are in the middle) every time.

Not only junk mail, but also people handing flyers to passersby can be found everywhere. Be it to promote a newly opened business or announce the latest karaoke deals, paper based advertising is still strong here. Very often it is targeted advertising, with papers given only to men, or women, or only to oldies, and so on. I don’t know why they still do this, given that the job is not fun and probably doesn’t even pay the bills: they stand for several hours, a bag full of pamphlets, speaking all the time to pique people’s interest, deal with their refusal in taking one… and this would not be the strangest of all strange jobs in Japan (here). At least here, when encountering one of those smiling and polite flyer-givers, I can as politely decline and they will even mutter a thank you.

So, you see that a huge chunk of waste produce comes form paper. 

Now a few more notes on waste in general. Although it is true that there are efforts into properly separating and disposing of garbage and waste, people are starting to have enough of not finding rubbish bins anywhere in the city (Decision for safety. Long story.). As a consequence littering is becoming common practice. On top of it, garbage collection happens with all the garbage bags being put out on the streets on given days. At that point crows, the most ominous pest of all pests (now impossible to get rid of), splurge and make a mess of the garbage bags with the result that a lot of it linger in the environment for who knows how long.

I notice that also electricity is wasted, or maybe that’s just me thinking that. But the Japanese like very bright rooms and in particular offices. Lights, very white lights, are on pretty much always, even when no people are in a room, even when opening a window blind to get the more desirable natural light would do the trick. Perhaps it comes from having a country relying heavily on nuclear energy…there is so much of it that it’s cheap and so nobody bothers.

Everything about waste (and much more) was exquisitely summarized in an old video (HERE), which I recommend watching as it serves as a reminder for us all to do better, to do our best all the time.

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Tempo di un altro appuntamento con la serie Lifestyle, che stavolta si ispira un po’ dai vari tentativi a trasformare gli esseri umani in esseri coscienziosi.

Forse avete gia visto il pezzo del National Geographics sulla plastica. Bene, questa e’ qualcosa che mi e’ subito stata chiara sin dal primo momento che mi sono stabilita in Giappone (vedi la storia qui), dove la plastica che si produce ammonta a quantità inimmaginabili. Voglio allargarmi un poco stavolta per discutere il tema più ampio dello spreco (per come la vedo io).

In linea di massima, esiste una relazione piuttosto lineare tra grosse e ricche città e spreco.

Intanto, la carta. TANTISSIMA CARTA. Questi qua sono molo visivi, quindi per attirare la loro attenzione bisogna stampare il messaggio o immagine in questione che sia e attaccare fogli dappertutto cosi da assicurarsi che lo vedano (che poi, tanto sono tutti assorbiti dai loro smartphones, quindi…). Perciò, ci sono notifiche di condomino, annunci in ufficio, notizie interne settimanali o mensili, indicazioni temporanee eccetera. La maggior parte dello spreco di carta accade, come uno si immagina, in ufficio, dove oltre alle sopracitate note e postille in formato A4 o A3 ci stanno segretarie efficientissime che stampano per noi TUTTO ma proprio TUTTO, anche quello che non ci interessa (quando in realtà, una email con un pdf risolverebbe il problema).

E poi ancora, parliamo di carta. Si usa ancora fare volantinaggio da qualche parte? Perché mi sa che questo “lavoro” e’ stato dichiarato morto, o no? Allora…nel caso mio potrei prendere una cassetta delle lettere a caso e fare una foto all’abnorme quantità di volantini di ogni forma, dimensione e colore, annunci incellofanati (plastica! evviva!), il notiziario mensile del comune (immaginate quanti soldi dei buoni paganti delle tasse che va al macero), eccetera. Posso ben affermare che almeno 90% di tutta sta roba finisce nel cestino, come si può ben immaginare. Ora, gia vi vedo tutti a puntualizzare che basterebbe una nota no-pubblicita’ e tutto si risolve, giusto? Hahah. Allora…a quanto pare qua e’ permesso essere bombardati di annunci e cose varie attaccati in giro come se ci si trovasse al museo dei post-it, pero’ non e’ permesso mettere una nota nella tua cassetta delle lettere. Eh. Chi lo fa, gli viene subito chiesto di toglierla. Questo almeno e’ come si usa nel condominio dove abito, dove NESSUNO ha nessun tipo di note nelle cassette di posta. Comunque, io ci riprovo un altro paio di volte, che veramente mi sono stancata di dover perdere un sacco di tempo ogni volta a controllare la pila di scartoffie per evitare di buttare via le bollette.

Che poi, non solo mi ritrovo la cassetta delle lettere stracolma, ci sono anche quelli che distribuiscono volantini in giro alle persone direttamente. Che sia per promuovere una nuova attività, o che sia per annunciare le ultime offerte al karaoke, il volantinaggio va forte. Spesso si tratta di pubblicità mirate, del tipo che i volantini vengono dati solo a donne, o solo a uomini, o solo a anziani e via discorrendo. Non ho mai capito il perché di questo “lavoro” visto che poi non e’ tanto interessante quanto lucrativo: si sta in piedi per ore, parlando tutto il tempo nel tentativo di attirare i passanti, per poi dover digerire il fatto che tutti ignorano la cosa….tra l’altro questo lavoro non sarebbe neanche il più strano in Giappone (qui). Ma almeno c’e’ da dire che qui uno può tranquillamente declinare l’offerta e loro pure ringraziano e non insistono.

In sostanza, una grossa fetta di sprechi riguarda la carta.

Ma ci sono altri tipi di sprechi. Seppure e’ vero che si fanno degli sforzi verso una raccolta dei rifiuti differenziata, la gente comunque ne ha le tasche piene del fatto che non si trovino cestini della spazzatura in giro per le città (decisione per la sicurezza…storia lunga). E di conseguenza, gettare via cartacce e rifiuti in giro sta prendendo piede. In aggiunta, la raccolta della spazzatura si fa accatastando tutti i sacchi dell’immondizia sul ciglio della strada. A quel punto i corvi, bestie immonde maledette ineradicabili, si fiondano sulla pila e ne fanno razzia, col risultato che un sacco di roba resta in giro nell’ambiente per chissà quanto.

Poi noto anche che l’elettricita si butta via proprio, o forse sono solo io che la vedo cosi. Fatto sta, i giapponesi amano ambienti e uffici in particolare ben illuminati. Le luci sono bianchissime, sempre accese anche quando non ci sta nessuno dentro e anche quando basterebbe aprire un attimo le persiane per far entrare luce naturale. Mah, magari deriva dal fatto che questo paese va a energia nucleare. Ne hanno cosi tanta che non sanno cosa farne.

C’e’ un video che riassume bene il tema dello spreco, assieme a tanti altri (QUI) che suggerisco a tutti di guardare come monito a fare del nostro meglio sempre.

Saturday, July 7, 2018

The strange country

The link I used to have on an older version of this post was not working anymore.
So I found another one. 

Sunday, July 1, 2018

Expat problems VIII - summer expectations vs reality

Whenever we think of summer, several common themes come up. I already mentioned all the good and bad sides for summer in Tokyo area many times before, such as the unbearable heat and how to fight it (HEAT and HEAT II), or the places to be (here), the things I miss this time of the year (here), the things to do like watching fireworks (here) or dance the traditional summer moves (here) and so many more.

Another thing that screams summer in the Tokyo-Yokohama metropolitan area is the Beer Garden. 

One may agreeably argue that all the other summer activities I just mentioned at the beginning include beer too. True. But the beer garden is more than that: it is not only a seasonal thing, not only a themed event (both loved by the Japanese), but it also celebrates the western lifestyle -and consequently ridiculously high prices- by being associated to countries famous for their beer culture:
Classic beer gardens? German and Belgian.
BBQ instead of sausages? American (NY-style).
Fish and chips? Irish.

Another striking example of celebration of other cultures, now that I am at it, is the combination of summer, beach and Hawaii that seem to surpass any other beach culture here.

But let’s stick to the booze.

During the summer months, or actually between May and October to be more accurate, beer gardens and beer terraces come to life by the seaside, inside parks, rooftop restaurants, mountains, event spaces and pretty much everywhere. There are dozens of such events, just leveraging the simple but lucrative combo summer+beer, planned in a way that they take place at different times and at different locations, and last from one weekend to one month for the joy of beer-goers, but in fact they are all the same, the food choices are all the same, regardless of the nation of inspiration.

All these events popping up come summer are great. People from the Mediterranean areas, especially, welcome those outdoor watering holes, as they bring us back to the summer vibes we enjoy back home. But one detail, however, brings us all back to rule-abiding and inflexible Japan: only a handful, if not only a couple, of those beer garden events are free-entry. Indeed, while all the food and beer stands you can buy from are set up out in the open, as said, guests are imposed an entry fee in order to access the event premises, like going to a museum. That’s because many beer gardens offer all inclusive, time-limited food and beverage packages so adored by the Japanese, that inevitably turn the western inspired event into another Japanese seasonal fever. Here being Japan, many people would rather reserve anyway than act on the moment: check out the place, find a stand, order a beer and risk not to find a place to sit is just not how these people like to play. Comfort first, apparently.

Now immagine your average summer late afternoon, you’re out of the office or decided to wait until the heat wears off a bit on a weekend, you meet some friends for beer o’clock, all you want is to grab a cold bottle and go sit somewhere to enjoy the company, but all your expectations are crushed at the closest event to you because it’s “full”…what would that feel like? Exactly: plain disappointment and deflated mood.

God bless convenience store beer. 

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Quando si pensa all’estate vengono in mente molti temi comuni. In varie occasioni ho gia elencato i lati positivi e negativi del passare l’estate nella zona metropolitana di Tokyo, come ad esempio il caldo insopportabile e come batterlo (HEAT and HEAT II), oppure i posti più azzeccati dove andare (qui), le cose che mi mancano di più in questo periodo (qui), o le cose da fare come guardare i fuochi d’artificio (qui) o darsi alle danze tradizionali (qui).

Un’altra cosa che nella Tokyo-Yokohama grida all’estate e’ il beer garden.

Uno potrebbe ben dire che tutte le attività estive che ho or ora accennato includono anch’esse birra. Vero. E pero’ la cosa del beer garden e’ più che semplice birra in estate: non e’ solo una cosa stagionale, non e’ solo un evento a tema (e i giapponesi amano entrambe le cose), ma soprattutto celebra lo stile di vita occidentale -e di conseguenza prezzi da capogiro- perché viene associato a nazioni famose per la loro cultura beona:
Beer garden classico? Germania e Belgio.
Grigliata invece di salsiccia? Americano (stile NY).
Pesce e patatine? Irlandese.

Che poi, gia che ci sono, c’e’ pure un altro esempio lampante di celebrazione di altre culture che associa estate, spiaggia e Hawaii. Questo mix pare essere di gran lunga preferito a tutte le altre culture da spiaggia.

Ma rimaniamo con la birra.

Durante i mesi estivi, anzi più precisamente tra maggio e ottobre, beer garden e terrazze prendono vita lungo le spiagge, nei parchi, nei giardini, in montagna, in piazzali per eventi, eccetera. CI sono decine di questi eventi che fanno leva sul concetto semplice ma lucrativo di estate+birra, organizzati in posti diversi, in date diverse e che durano dal fine settimana al mese intero, per la gioia degli affezionati. Ma in sostanza, a dispetto della nazionalità ispirante, sono tutti uguali, incluso ile repertorio culinario.

Ora, tutti questi eventi che si moltiplicano non appena arriva l’estate sono fantastici. In particolare coloro che vengono dall’area mediterranea siamo felici perché tali eventi ci riportano verso quell’atmosfera estiva che ci piace tanto a casa nostra. Ma c’e’ tuttavia un dettaglio che ci riporta immediatamente nel Giappone inflessibile e obbediente: solo alcuni, se non un paio soltanto di questi beer garden sono a ingresso libero. Intendiamoci, gli stand dove  si comprano da mangiare e da bere sono tutti all’aperto, come detto, solo che per accedere all’area bisogna pagare un biglietto d’ingresso come andare al museo. Questo perché molti beer garden offrono anche pacchetti a tempo, tutto incluso di cibo e bevande, un’altra cosa che i giapponesi adorano ma che inevitabilmente trasforma l’evento in un’altra febbre estiva. E essendo in Giappone, molte persone preferiscono in ogni caso prenotare piuttosto che rischiare di andare e non trovare posto. A quanto pare, la comodità prima di tutto.

Ora immaginiamo un pomeriggio d’estate, finito con il lavoro d’ufficio oppure usciti di casa appena la canicola estiva ci da’ tregua, incontriamo gli amici per un aperitivo e godere dell’atmosfera, ma la realtà ci prende a schiaffi con un “tutto pieno” all’evento più vicino a noi….in pratica il buon umore ci abbandona.

Benedetta sia la birra del mini market!


Saturday, June 30, 2018

Japan In Architecture @MAM

My trips to the city center have become rare and often motivated by a specific, planned occasion.

One of such occasions, recently, was to go to the ever favorite Mori Art Museum in Roppongi district for yet another wonderfully organized exhibition titled "Japan in architecture: genealogies of its transformation".

The exhibition marks the 15th year of the museum activities, and the curators well thought of celebrating Japanese architecture and the giant architects behind all the works shown.
As usual, the quality of MAM exhibitions is overall great; but...this time the rules imposed pretty much no photographing. This when all we saw in the museum were photographs or scale reproductions of the actual buildings...I don't get it. I was even stopped when I was taking a photo of the introductory explanation text! The text!!

Anyway.

The exhibition was subdivided into 9 sections, which all see one facet or one use of architecture.

The first section highlighted the architectural versatility of wood: the exquisite and expert technique of building timber structures via locking (no nails whatsoever), the added environmental value of wood, the many uses of wood, from just support to whole buildings, temple gates, and so on. What I liked in particular of this section was the creation of modern structures inspired by the strength of wood like the Tokyo Sky Tree: its design was based on the same engineering that makes 5-storied wooden pagodas in temples survive earthquake after earthquake, thanks to a structure developed around a central pole as a support.

Next followed a section on the transcendence of buildings and on the importance of roof building. All works shown in these sections highlighted the aesthetics and at the same time the utility of buildings, either wood or concrete. in particular, there are examples of how roofs, as a symbol of both protection and harmony (the layer between inside and outside) have been a constant inspiration for modern architects as well (like the splendid reinterpretation of the roof in the gymnasium built for the 1968 olympics).

Another section highlighted the somewhat modular look of many Japanese buildings, due to the joining of several "crafts" (as architectural components) together to form an architecture. Examples of works in this section are the Louis Vuitton shop in Ginza, where a tiled outer shell covers the building walls to form an artsy facade (without visible joining of all the parts), or the Japanese pavilion designed for the Hannover Expo in year 2000, an intriguing combination of layers to form a resistant but light structure that could later be dismantled and disposed of without a big impact on costs and environment. Nice ideas. And really stylish. Modularity and crafting arts have another merit as they make the basis of the metabolism current, which I also had the luck of seeing organized into another fantastic exhibition (HERE).

Something that, in my opinion, very much defines Japanese culture is shown in the section about linked spaces: how beautifully can houses and buildings be built without separations, such as the sliding walls of the imperial villa in Katsura, for instance, or the very house of one of the giant Japanese architects Tange Kenzo (whose works are featured throughout the exhibition, like the stadium mentioned above).

Another section brings the visitors into the architecture with and for community (community being another Japanese favorite): spaces designed for groups of people living and working in open spaces; these same communal spaces could be employed as future nursing homes for the growing elderly population or in cases of disasters.

Also, Japan has been an inspiration for architects worldwide, as Lioyd Wright could perfectly prove; on the other hand, Japanese architects have been active outside of Japan. A part of the exhibition is dedicated to these works and these architects, examples of which are the Les Cols Pavellons by RCR architects, the Imperial hotel built in the 20's by Lioyd Wright, The Rockfeller House and many more.

A very nice section grouped then all architectural interventions that blended with nature, and that doesn't just include wooden buildings or structures created using other natural resources (architecture is made of nature, in this sense). Japanese architects have been experimenting a lot in this area, creating buildings carved out of the ground, putting buildings underground in order to protect them or not to spoil the surroundings, designing buildings floating in water (the chapel on the water by Ando, or the Itsukushima shrine), growing grass on their roofs, using space acoustics to enhance nature's sounds (like in the Japanese Teshima and Naoshima art islands).

Though this exhibition I could appreciate and re-appreciate even more the numerous works of the world’s architectural gurus, in particular the Japanese ones, the big names like Tange, Ando, Kuma and so on. Everyone into this topic will surely know who and what I mean. These people were and are ahead of their times, they think outside the box, so to speak, and are capable of giving a soul to whatever they put their attention on.

Digital media too were shown. In particular, a video that showed the relative sizes and proportions of people and objects in real places, and an app that allowed anyone to design and visualize their own building. Not sure about the minimum level of architectural or interior design knowledge required, but the idea is nice nonetheless.

There were also alternative forms of architecture featured in the exhibition. One guy known as the "Gaudi of Mita" decided to build his own peculiar house (Arimasuton building) following his own concrete mixing technique that promises to make the building last for hundreds of years, and experimenting new designs. The house, which is taking something over a decade already, is not going to be completed any time soon. I must go and see with these very eyes one day.

And, very much fitting the exhibition theme, a visit to the museum can't but finish with a round of the observation deck just below the museum, so to take the expanse of Tokyo's modern urban jungle in.

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Le mie capatine in centro città si sono fatte rare e spesso motivate da una specifica occasione.

Una di queste occasioni e’ stata di andare al mio museo preferito, il Mori Art Museum nel quartiere di Roppongi, per un altra mostra fantastica sull’architettura in Giappone e la sua trasformazione.

La mostra, tra le altre cose, marca il 15 anniversario del museo, e i curatori hanno ben pensato di celebrare l’architettura giapponese e i grandi architetti dietro alle opere in mostra. Come sempre, la qualità delle mostre a questo museo e’ ottima; e pero’…stavolta le regole sulle fotografie erano proprio serratissime, praticamente no foto. E questo quando tutte le opere esposte sono o riproduzioni di edifici oppure foto maxi….dico, non mi era permesso neanche fotografare i pannelli con il testo esplicativo! Dico, una didascalia!

Comunque.

La mostra e’ suddivisa in 9 sezioni, ognuna delle quali sottolinea un aspetto dell’architettura.

Una prima sezione riguardava la versatilità del legno: le tecniche eccellenti delle costruzioni a incastro (neanche un chiodo uno!), il valore ambientale del legno, l’uso come supporto o come materiale da costruzione per edifici, eccetera. Mi e’ piaciuto in particolare il processo di creazione di opere moderne ispirate alla resistenza del legno come l’esempio della Tokyo Sky Tree: il progetto e’ infatti basato sul sistema che rende le pagode dei templi resistenti ai terremoti per centinaia di anni, grazie allo sviluppo della torre attorno a un palo di sostegno centrale.

A seguire, un paio di sezioni riguardanti l’estetica degli edifici e allo stesso tempo la loro utilità, come anche l’importanza delle coperture come simbolo sia di protezione che di armonia tra il fuori e il dentro, che raggiunge i giorni nostri (con la splendida reinterpretazione del tetto dello stadio per le olimpiadi del 1968).

Una sezione era dedicata alla modularita che molti edifici in Giappone sembrano avere, grazie all’utilizzo dell’artigianato come elemento architettonico. Esempi di questi interventi sono la facciata del negozio di Louis Vuitton a Ginza, ricoperta da un guscio fatto di piastre a incastro che creano un effetto artistico, oppure il padiglione progettato per la Expo di Hannover nel 2000, una combinazione di vai strati modulari volta a formare una struttura leggera ma resistente e allo stesso tempo facile da smantellare, senza impatto sull’ambiente. Belle idee. E molto di stile. La modularita e l’arte hanno poi un altro merito in quanto formano la base della corrente del metabolismo, che ho anche avuto la fortuna di vedere in un’altra fantastica mostra (QUI).

Una cosa che secondo me inquadra perfettamente la cultura giapponese e’ trattata in una nuova sezione riguardo la comunicazione degli spazi: edifici e ambienti possono essere progettati e costruiti senza separazioni, tra cui la villa imperiale e le sue pareti a scomparsa, o anche la casa di residenza di uno dei grandi dell’architettura Giapponese Tange Kenzo (le cui opere punteggiano la mostra, come lo stadio sopracitato).

Una sezione della mostra porta i visitatori nella sfera dell’architettura per la comunità (essendo il concetto di comunità caro ai giapponesi): spazi progettati per gruppi di persone che vivono e lavorano in spazi comuni; questi stessi spazi hanno poi il potenziale di poter essere usati come case di riposo per la popolazione di anziani in aumento, o nel caso di calamita’.

Poi, il Giappone e’ sempre stato un ispirazione per tutti gli architetti nel mondo, come ne e’ stato la prova vivente Lloyd Wright; d’altro canto, gli architetti giapponesi sono stati attivi al di fuori del Giappone. Una parte della mostra e’ proprio dedicata a queste opere e questi architetti, esempi dei quali sono la casa Les Cols Pavellons di RCR architetti, l’imperial hotel a Tokyo costruito proprio dal sopracitato Lloyd Wright negli anni 20, la casa Rockefeller, eccetera.

A seguire una bella sezione raggruppava tutti gli interventi architettonici che si fondono con la natura, e non ci limitiamo agli edifici in legno o materiali naturali (in questo senso l’architettura e’ natura). Gli architetti giapponesi hanno sperimentato tantissimo in questa sfera, scavando edifici sotterranei, costruendo edifici seminterrati per protezione o per non rovinare la vista circostante, creando edifici a pelo sull’acqua (come la chiesa galleggiante di Ando, o il tempio di Itsukushima), mettendo erba sui tetti, sfruttare l’acustica di uno spazio per far risuonare meglio la natura intorno (come a Naoshima e Teshima, le isole d’arte giapponesi).

Con questa mostra ho riscoperto e riapprezzato le tantissime opere dei guru dell’architettura mondiale, in particolare i grandi giapponesi come Tange, Ando, Kuma, eccetera. Chiunque sia appassionato sa di chi e di cosa sto parlando. Questi individui erano e sono avanti, pensano fuori dagli schemi e sono capaci di dare vita a qualsiasi cosa decidano di dedicarsi.

C’erano anche opere digitali. In particolare, un video che rapportava le dimensioni di oggetti e persone relativamente all’ambiente circostante, e una app che permetteva di progettare la propria casa. Non so che livello minimo di conoscenza architettonica bisogna avere, ma in ogni caso l’idea non e’ male.

C’erano anche interessanti e alternative forme di architettura che hanno guadagnato un posticino nella mostra. Un tipo, noto qui a Tokyo come il “Gaudi’ di Mita” ha ben pensato di costruire la sua molto unica casa (chiamata Arimasuton), seguendo una tecnica di asciugatura del cemento di sua ideazione che, pare, dura centenni. La casa e’ ancora in costruzione, e anche dopo più di un decennio, non sembra essere vicina a completamento. Mi sa che devo andare a vedere coi miei occhi uno di questi giorni.

E, cosa molto attinente al tema della mostra,una visita al museo non può che finire con un giro dell’osservatorio e rendersi conto dell’estensione della moderna giungla urbana che e’ Tokyo.









Wednesday, June 13, 2018

There's a new Doctor in town


I confess I am rather reluctant to share posts when it comes to tell about my daily life at work…but that’s only because I don’t think it’s so interesting. Besides, it is science. And as I am not a science communicator -you know, one of those who can explain about genetic drifts and neural networks as if they were talking cake baking- you convene that trying to convey complex concepts via a simple message is just not happening.

I once tried to explain what it is that people like me -bioinformaticians- do, with little success IMO (here).

Anyway.

I have been working in the life sciences field for over a decade now, doing research on human and other species genomes, trying to understand what they are made of and what all those parts do. Some 5 years ago, I embarked on a new adventure: a PhD while continuing working as a researcher. I have not mentioned much of it, neither have I elucidated its highs and its lows, maybe except for in this post.

The place where I work is a research institute. We have a nice (-ish) campus in a crappy industrial area of town. In the campus there is a graduate school for students to learn the basics of life sciences. Now, this graduate school offers PhD programs to workers: it gives the possibility to employees in my research institute seeking education and career advancement to obtain a PhD degree while working full time. The thing is called “Paper Doctor”, meaning the pursuit (claim, kind of) of a doctoral degree by publication of scientific work.

The advantages of such an option are several: one can keep working full time (earning a full salary), no university fees have to be paid, no courses to be taken. Sounds the perfect deal, right?

The requirements to apply for joining such a program, however, are rather strict: the applicant must be a published first author of THREE scientific articles. All articles must be already accepted for publication or there’s not application procedure. This means that if anyone wants to think about getting a PhD degree this way, it may well be 5 to 10 years, depending on projects, luck, supervision and such. And that’s just to be eligible to apply for doctoral degree. After that there are exams, and thesis and the whole shebang.

Now, five years after I decided to undertake that path, I am thankful for whatever and whomever made me go through it, of course, but…I will not do it again could I go back.

In a nutshell, my experience was not like walking through a flowery meadow, but I am sure ALL other PhD students did, do and will share the same feeling.

Initially, requirements for course PhD student and external PhD applicants were same, that is publication of ONE scientific article. It all sounded indeed very doable. I was already working on a project that could be used just for that purpose, so why not. Too bad that the paper took 6 rejections, three years and one nervous breakdown till publication. I did consider quitting, and honestly I don’t know what made me continue.

Meanwhile, the university well thought to modify the requirements, so that THREE published articles were needed, while course students still stick to one. And it’s not just ANY three publications: they have to be original research. That really bummed me, because by then I could add one more publication to my growing list. Only, it wasn’t original research.

Back then they said it would only take me max 2 years to finish the program…On the fourth year, after putting myself together and changing projects three times, I was finally granted the possibility to work on two projects I liked and knew I could finish in record time. The planets seemed to have aligned eventually, because within the year not only I completed what I set out to complete, but increased my published works count by 4, reaching double the minimum papers required.

The fun, though, had just started. I mean, it was not fun:

-It was not clear whether I needed to prepare a thesis, but I should write some consistent story that links my publications anyway to evaluate the level of English proficiency. Apparently writing all those papers was not enough. In the end I didn’t have to, because, eh, those rules were for the “new” paper doctor application but were “old” rules….sorry for the confusion rah rah rah. Yeah, paperwork level: Japan.

-It was not clear whether I had to defend all the publications I submitted for the application. This because it was still not clear whether that “thesis” happened at all. In the end I had to pick one out of those publications and stick to it for all the rounds of examination and final defense.

-It was not clear whether I was done. I eventually defended, yes, but I didn’t know the decision right at that moment. Guess what: I had to take a written test (“academic proficiency”) that was forgotten until the last moment. After that I still had to wait for a final official response until all professors discussed all applicants (in-course and external).

All the steps from PhD degree application to completion took about 6 months. In the end I was spared the thesis writing part, as, in fact, I do not have one: my PhD thesis is the printout of the paper publication I used for my exam. I guess all other phD students will hate me, as I know how tough is to put those 100-300 pages together, depending on degree.

Still, while I did not yet know what the latest rules were, I did write about 50 pages, more or less in one go, summarising all my works and putting them into perspective. All that will be only for my own sake (or my family’s sake more likely) I guess.

I did not really celebrate the graduation…First, I didn’t have the satisfaction of saying “I’m done” after the defence (which, BTW, it usually is the LAST step), so I could not sit down and relax. Second there was no graduation ceremony for me, so I didn’t have the feeling of closure. Third, by the time I was officially declared doctor (no, not dead but was close) so much time had passed that the realisation I had accomplished something simply wore off.

Wait. I actually did organise a small party at work, just to give bosses and colleagues a reason to have a drink. One month after my defence. Go figure.

But hey I can be addressed to as “Doctor” now.
End of ordeal: March 2018.




With the super duper fantastic supervisor and strongest supporter


Monday, June 4, 2018

Kazan is fun

I set foot in Russia for the first time thanks to a participation to an international conference in the city of Kazan, as I mentioned earlier.

Kazan is the capital of Tatarstan state, so it has nothing to do with Kazakistan (this is what every person in Kazan will say to you). Kazan sits by the Volga river, the longest and larges river in Europe, and because of that this city was, in the past, important for the empire expansion and wealth: one could reach the Caspian sea and consequently the south and the east, and conquering it created trade and commerce routes, not to mention mobility or modern river cruise tourism. Most of the largest and most developed Russian cities are in facts by the Volga river.

The population is of turkish, bulgar, russian and middle-eastern descent, which means the state is rich in culture, history, food traditions and religion. Indeed, I tried stuff like Turkish baklava, or Georgian pizza and dumplings, for example. Also, Kazan has as many mosques as it has churches. This is because the population is split roughly into two in terms of religious beliefs. So, as the city is tolerant of all religions, there’s plenty of worshipping places around town. There even is a building, owned by a private citizen, that is known as the “temple of all religions”, and is a mishmash of architectural elements from bizantine, muslim and orthodox and more 20-ish other religions. Its owner’s idea was to simply give a place to people for celebrating unity.

I could spend some time walking around the main attractions in the city center, thanks to the fact that the hotel where I was staying was right in the middle of it. A very long pedestrian road, called Bauman street, stretched for a couple fo kilometers within the old city center, and stands as a great example of imperial era architecture. I couldn’t but stop by each and every building, staring with awe at each and every detail. Even the building where the conference I attended was held, belonging to the federal university and not even the main one, was impressive. The main university building itself, instead, is a fine example of early 1800 architecture, and is listed in all sightseeing tours of Kazan not only because of the artistic and educational relevance, but also because it had Lenin among its students (he dropped out, though).

I decided to join a sightseeing tour, together with other conference participants, that took us around the main city landmarks and also outside, to an island in the Volga river called Sviyazhsk, an unesco site.

To reach the island, connected to mainland by a bridge, we had to leave the city center and that gave us a chance to see life outside of the wealthier neighborhoods. Slowly, the historical monuments and buildings were replaced by more “modern”, Stalin-era apartment buildings, then small villages and forest. Quite a sight.

The island was once a strategic post and a fortress for the tsar Ivan the terrible to conquer Kazan and expand his empire. The history about this island was fascinating. It is said, in fact, that all buildings in the island were built in 4 days, thanks to a clever strategy: first wood buildings were built in the place of origin, and the wood sequentially marked; the buildings were then dismantled, and sent to the island via the river and rebuilt in site following the markings (visible even nowadays). Sviyashsk prospered while the tsar’s army was there, with the building of protection walls, churches, a monastery and what not; but it was later abandoned, with only a handful of monks living there. Then the site was restored and opened for tourists as it received the unesco certificate.

Another unesco site of Kazan is right in its center: the Kremlin. Built on top of a hill and facing the river, today’s governor workplace/office is surrounded by walls and turrets, like any typical fortress from a few centuries ago. Inside the perimeter of the wall are several buildings from year 1500 that stand as memory of the former citadel conquered by the tsar Ivan, like the Soyembika tower, leaning on one side and pretty much the symbol of the city, the cannon foundry, the cadet school and the Annunciation cathedral (the orthodox main church, completely covered in gold inside), and the Kul Sharif mosque, that was built only in modern days in the place of the former mosque, said to be the biggest around. Going inside the mosque women had to cover their heads; to enter the cathedral (and all orthodox churches) women had to cover their heads AND their legs (if wearing pants or skirts too short, go figure). Today other offices and a couple of museums are in the kremlin as well. All these buildings are illuminated at night, offering a great picture night view from the riverside below. There is a panoramic viewpoint inside the kremlin, too, allowing to see the wealthy neighborhood, some amazing classic buildings, like the agriculture ministry (lit green at night), the river all the way to the other side, and other notorious buildings. 

Thanks to the endless source of information the tour guide proved to be, I learned also that Kazan is among the most prosperous cities in Ruissa, due to the many development and redevelopment works. Because of the thousandth anniversary of the city, and the university olympics a decade ago, Kazan now boasts dozens of sports centers, stadiums, amusement parks, roads and the like, all of them functional -a matter of pride for the people and the town, as we often witness the state of abandon of all those buildings after the games are over…

More is being built for the upcoming world cup, played in 12 different Russian cities, among which is Kazan.
Sadly, English is not as widely spoken as I’d hoped, except of the young generations, and there are no signs in languages other than russian, except for the airport (even in there, most workers did’t speak english). By far everyone was friendly and welcoming in their own way, which compensated for the lack of foreign language support. 

I don’t think I can describe more with words. Kazan was a great surprise, a crossroads of populations, cultures, religions, rich in natural resources and with a very interesting history made of wins and losses over the centuries.

So I stop here and leave you with some pictures.

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Come accennato precedentemente, ho visitato il suolo russo per la prima volta per una conferenza che si e’ tenuta nella città di Kazan. 

Kazan e’ la capitale del Tatarstan, e non ha niente a che fare con il Kazakistan (e tutti vi diranno questa stessa cosa). Si sviluppa lungo il fiume Volga, il più lungo e largo in Europa, ed e’ proprio per la sua collocazione che la città era importante per l’espansione e la ricchezza dell’impero: da li si può raggiungere il mar Caspio, e quindi l’oriente e il sud, e perciò conquistando la città si poteva sviluppare il commercio e gli scambi, per non parlare della mobilita, e delle moderne crociere a scopo turistico. La maggior parte delle grandi città russe, infatti, sorge proprio lungo questo fiume.

La popolazione e’ un misto di popolazioni turche, bulgare, russe e medio-orientali, il che rende lo stato ricco di cultura, storia, tradizioni, cucina e religioni. E infatti ho assaggiato robe tipo baklava (dalla Turchia) e tortelli georgiani, per esempio. Un altra cosa interessante e’ che Kazan ha tante moschee quante chiese. E questo perché fondamentalmente la popolazione e’ meta’ cristiano ortodossa e meta’ musulmana, e essendo la politica molto tollerante, ci sono tantissimi siti religiosi per tutti.  C’e’ addirittura un posto appartenente a un artista eccentrico che e’ noto col nome di “tempio delle religioni” proprio perché e’ una accozzaglia di elementi presi da circa una ventina di religioni. In pratica, il proprietario voleva semplicemente fornire un posto per celebrare l’unita.

Ho potuto dedicare del tempo a esplorare il centro, visto che l’hotel dove stavo era proprio in centro, affacciato su una strada pedonale chiamata Bauman che si allunga in entrambe le direzioni e rappresenta grandiosamente l’architettura del periodo imperiale. Mi soffermavo praticamente davanti a ogni palazzo e stavo ad ammirare rapita. L’edificio stesso in cui si teneva la conferenza, che appartiene all’università e non era neanche il principale, era incredibile. Invece il palazzo centrale dell’università e’ un esempio di fine architettura del 1800, e si trova in ogni guida turistica della città, non solo per il suo valore artistico ma anche per il suo valore storico, visto che annovera tra i suoi studenti anche Lenin (che pero’ non ha mai completato).

Ho poi anche deciso di partecipare a un giro turistico assieme ad altri partecipanti alla conferenza. Siamo passati sia davanti a molti siti rilevanti in centro, sia fuori, e siamo poi andati a vedere un’isola nel Volga che si chiama Sviyazhsk, un sito unesco.

Per arrivare all’isola, che e’ collegata alla terraferma da un ponte, abbiamo attraversato il centro storico, per poi osservare lo stile di vita delle aree meno benestanti. Pian piano i palazzi e monumenti storici hanno lasciato il posto a edifici più “moderni” dell’era staliniana, e poi villaggi e poi ancora foreste.

L’isola costituiva un tempo una roccaforte strategica per lo zar Ivan il terribile da cui poter conquistare Kazan e espandere l’impero. La storia di quest’isola ha dell’affascinante. Pare che tutti gli edifici nell’isola furono costruiti in soli 4 giorni, grazie a una strategia geniale: prima tutto era stato costituito in legno in sede, e poi marcato in sequenza; dopo gli edifici furono smantellati e il legno fu inviato all’isola via fiume; dopo di che, seguendo l’ordine di assemblaggio pre-marcato (che e’ ancora visibile oggi), tutto fu ricostruito senza intoppi. Sviyazhsk fu una prospera cittadella, provvista di mura di cinta, chiese, un monastero, eccetera. Pero’ poi fu quasi abbandonata del tutto fino al decennio scorso quando e’ stata rinnovata e aperta ai turisti, oltre che aver ricevuto il certificato dell’unesco.

Comunque, un altro sito unesco di Kazan si trova proprio in centro città: il cremlino. Costruito in cima a una collina e dirimpetto al fiume, l’ufficio del governatore attuale si trova li’, circondato da mura di cinta e torri. All’interno del perimetro si trovano diversi edifici risalenti dal 1500 in poi che riprendono il modello della cittadella originale conquistata dallo zar Ivan, come ad esempio la torre Soyembika, che pende da un lato come la torre di Pisa, la fonderia di cannoni, la scuola di cadetti, e la cattedrale dell’annunciazione (dove dentro e’ tutto rivestito in oro), assieme alla moschea Kul Sharif, che e’ stata costruita in tempi recenti ma che si trova sul sito della moschea più vecchia e originale che pare fosse la più grande mai costruita. Per andare dentro alla moschea le donne dovevano coprire il capo, mentre per entrare nella cattedrale (e ogni chiesa ortodossa) le donne non solo devono coprire il capo ma anche le gambe (nel caso in cui portano i pantaloni, vai a capire). Poi, sempre dentro il cremlino, ci sono anche altri uffici e musei. Tutti gli edifici sono illuminati la sera, offrendo una bellissima vista dal fiume. Anche dall’interno del cremlino c’e’ una terrazza panoramica dia cui si possono osservare i palazzi dei quartieri più ricchi, o anche altri edifici spettacolari del rinascimento, come il ministero dell’agricoltura (la cui cupola e’ illuminata a verde la sera), i due lati del fiume e altri edifici noti. 

Grazie all’inesauribile fonte di informazioni che era la guida, ho anche imparato che Kazan e’ tra le città più prospere in Russia, grazie a tantissimi lavori di ripresa e ristrutturazione. A causa dell’avvento dei festeggiamenti del millennio della città, e anche delle universiadi, oggigiorno Kazan vanta decine di impianti sportivi, stadi, parchi divertimento, strade eccetera, tutti attivi e in buone condizioni -per la gioia dei cittadini che non vedono le opere andare perdute come spesso invece capita dopo le olimpiadi…

Ora, visto che la coppa del mondo di calcio e’ imminente, ci sono molti lavori in corso in giro.
Purtroppo, ho notato con dispiacere che l’inglese non e’ cosi parlato come speravo, anche per le indicazioni urbane e segnaletica si vede solo russo. Tuttavia, tutti sono stati gentili e cortesi, a loro modo, che ha un po’ compensato per la carenza linguistica.

Non credo di poter descrivere meglio a parole questa visita in Kazan. DI sicuro la città e’ stata una bellissima sorpresa, un crocevia di popoli, culture, religioni, ricca in risorse naturali e con una storia interessantissima fatta di vittorie e sconfitte nei secoli.

Va beh, mi fermo e vi lascio a qualche foto.














 




Monday, May 28, 2018

Extreme Biology conference 2018


I wanted to write about some interesting work-related events of the last few weeks, for once.

I was invited to give a talk at a conference in Russia. Of all places. It was the first conference I attended as an invited speaker, and the first in Mother Russia. It is quite nice to receive invitations, as all one needs to do is put up a 30-60 min talk and pack a suitcase. Really. Flights, accommodations, and depending on the event, even local transportation, meals and such are all taken care of. Those who are invited often -and I know several of them- don’t even need to spend time on preparing their talk, as they can keep giving the same one for years.

So I went to see Kazan, a city in the middle of Russia with several universities and an interesting history. The university campus, enlisting even Lenin among its students, is big and the faculty buildings are scattered across town. All university buildings, also, are in typical architectural stile of the 1800’s, so they are beautiful, solid old buildings with plenty of columns on the outside, elaborate decorations, many rooms and corridors, lots of stairs and very high ceiling. The seminar room that was chosen for the first day of the conference was really nice, with a large stage and wide and tall windows with draped curtains, chandeliers, and what not. It felt like being in one of those royal palaces during a gala reception. And we were not even in the main university building!

However, since it was clear from the first day that the conference attendance would be less than anticipated, the following day we moved to a smaller room with very uncomfortable and squeaky wood benches. Basically a lecture room for university classes. On the same day as well, the electricity power suddenly went down in the entire building (cable failure or something we were told). We then moved to another building where, to buy time while we waited for the setup of the projector and computer, one of the speakers introduced the contents of his own talk by drawing on a whiteboard (dear old pre-computerization style). Well attempted rescue. And there were no more noisy and uncomfortable benches but chairs with foldable side tables to be able to take notes (not for left-handed people, tough).

Many of the speakers gave impressive talks, covering also different research fields and topics. We heard from veterinarians trying to understand viral infections in koalas, physicians studying mice torpor in order to figure out ways to induce hibernation in humans, the usual suspect genomics gurus showing the beautiful heterogeneity of living beings via single cell analyses. We of course had to sit through some talks from industry (as the main sponsors of the event). These sponsorship talks were in Russian, oddly, although we could follow the text in English for a couple of those. Not that it would help me, as I can understand nothing of laboratory machines or equipment.

Speaking of talks, the contents of my presentation were received with interest, as I could judge by the number of people who approached me with questions or comments, or just to let me know they liked the story I told. That’s great, since I know I have the tendency to go through the stuff at the speed of light, for instance, no matter how much I try to slow myself down. It seems it didn’t matter. Phew!

Part of the conference were also two dinners, a buffet reception and a seated dinner. Surprisingly, no vodka in sight…They must know well the destructive power of it. A few of us speakers compensated for it by running some pub errands that kept us busy until the wee hours, and thanks to that I also had a glimpse of the city night scene (and of drunk school kids).

There was also some sightseeing involved, of which I will discuss separately.

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Stavolta vi racconto di una cosina di lavoro interessante.

Difatti sono stata invitata a una conferenza come relatore. E in Russia, tra l’altro. E’ stata la mia prima conferenza come invitata e la prima in Russia. In generale e’ bello ricevere inviti a presenziare a una conferenza, visto che tutto ciò di cui ci si deve preoccupare e’ di fare la valigia e preparare una presentazione di 30-60 minuti. Il resto, e’ tutto organizzato, pagato, programmato. Quelli che poi vengono invitati spesso, e ne conosco non pochi, non hanno neppure bisogno di preparare un discorso, visto che possono presentare per anni la stessa identica storia.

E cosi sono andata a vedere Kazan, una città nel mezzo della Russia con tante università e una storia interessante. L’ateneo, che vanta Lenin tra i suoi studenti, e’ grande e le varie facoltà sono sparse per la città. Tutti gli edifici dell’università sono bellissimi, palazzi vecchi e solidi tipici dell’architettura dell’800, quindi ricchi di colonne, decorazioni elaborate, un sacco di stanze e corridoi, scale che serpeggiano dappertutto e tetti alti. La sala per la conferenza che e’ stata scelta per il primo giorno era pure bellissima, con un palco spazioso, larghe e alte finestre coperte da tende drappeggiate, lampadari scintillanti e altro ancora. In pratica sembrava di essere a uno di quei palazzi reali durante un ricevimento di gala. E li non eravamo neanche nell’edificio principale dell’università!

Purtroppo, visto che la partecipazione alla conferenza e’ stata più bassa del previsto, il giorno successivo ci siamo spostati in una aula più piccola, solitamente dedicata alle lezioni, dove c’erano panche in legno scomode e rumorose. E sempre nello stesso giorno a causa di un cavo elettrico difettoso l’intero edificio e’ rimasto senza corrente. Quindi ci siamo dovuti spostare in un altro edificio e mentre i tecnici cercavano di ripristinare proiettori, computer e altro, uno dei ricercatori invitati ha salvato il pomeriggio mettendosi a spiegare il contenuto della sua presentazione sulla lavagna, puro stile pre-informatizzazione. E tra l’altro abbiamo risolto il problema delle panche, visto che avevamo comode sedie.

Molti invitati hanno esposto fatti interessanti, coprendo anche diversi temi e campi di ricerca. Abbiamo sentito di veterinari che vogliono capire le malattie dei koala, medici che studiano gli effetti del torpore nei topi per capire come ibernare gli esseri umani, e poi ci sono stati i soliti giri della ricerca che hanno mostrato la bellissima eterogeneità degli esseri viventi tramite studi su cellule singole. Chiaramente abbiamo dovuto anche sopportare presentazioni da parte dei rappresentanti del settore industriale (essendo i maggiori sponsor della conferenza). Stranamente hanno tutti parlato in russo, seppure per un paio di interventi potevamo seguire il testo in inglese (almeno quello). Non che sarebbe stato d’aiuto visto che io ne capisco poco di macchinari o materiali per il laboratorio eh.

Mentre parliamo di presentazioni, i contenuti del mio intervento sono stati accolti con interesse, a giudicare dal numero di persone che mi hanno fatto domande o semplicemente hanno commentato sul fatto che la storia gli e’ piaciuta. Meglio cosi, anche perché so ad esempio che tendo a velocizzare troppo, nonostante le note mentali a tenere un ritmo più lento. Per fortuna pare che non sia importato nulla. Meno male!

Facet parte della conferenza c’erano anche due eventi serali, un buffet e una cena. Stranamente, non si e’ vista neanche una bottiglia di vodka…forse perché ne conoscono il potere distruttivo. Che poi chi se ne frega, tanto un gruppetto siamo poi andati in giro per i bar, cosi che ho anche avuto un’idea di come si passa la sera in centro (e di come i ragazzini si ubriacano).

Infine, c’era anche un evento turistico, di cui pero’ parlerò separatamente.




Thursday, May 10, 2018

Greener Tokyo

Other than parks, Tokyo and Yokohama metropolitan area offers tens of Japanese style gardens, each of them unique. Since it appears I started to go hunting for parks and gardens, I thought I may do the same for gardens.

I went through my old blog posts and I found one where I mentioned the lack of large green areas except a handful of city parks and gardens (here). That was many years back and I have visited many more since then. Although I still think that for an urban area this huge more parks of the Yoyogi kind should be created, the small blobs of green that can be found here and there can help to break from the concrete jungle.

Of all green spots, Japanese style gardens are peaceful and exquisite. They are often developed around one central pond with fish and turtles, and the plants are chosen in a way that the garden looks pretty in every season. Entering those gardens is like being enveloped in another place in time.
No wonder that many couples decide to take their wedding photographs there. Even I, when I signed up for a Kimono wearing session, was taken to the Koishikawa Korakuen garden for the photographs (here). Also when I modeled for a handbags magazine, I was taken to another garden, Kyosumi Teien (here).

I have to say that, maybe because of the focus on something else, I hardly remember those two gardens. I even went back to Kyosumi garden recently, without recognizing it at all. Crazy. The nice thing about this garden, now that I have made new memories about it, is that there are many walking paths made of large flat rocks over the central pond. That meant close encounters with the hungry and enormous carp fish crowding up wherever humans went begging for food. The atmosphere was serene and visitors become suddenly oblivious of the cacophony of the city all around. Since Kyosumi garden is very close to the Fukagawa Edo museum, a cultural and traditional tour in Tokyo by visiting these two places together is highly recommended. 

I also visited a couple of other gardens, Rikugien and Kyu-Yasuda gardens over the last couple of weekends, when it was fortunately sunny and warm.

The former, supposed tone one of he best in Tokyo, didn’t really strike me as such. Except for a hill that was good for a bird’s eye view of the garden, the rest was just average. I bet it is because I went in the wrong season: that garden is in fact full of maple trees that change color in fall. That’s the time to go. Perhaps I will give it another shot come autumn.

Kyu-Yasuda gardens were instead another story. I think they’re the nicest I’ve seen so far. Also, they have free access so I was overly surprised when I was greeted by a pleasant pond and greenery view, not to mention the view of Tokyo sky tree from there. These gardens are also close to the Edo-Tokyo museum is (here).

In addition, this very same garden is close to a park called Yokoamicho, which is a memorial park. A very big and beautiful building, or memorial hall, occupies most of the park area. It is dedicated to the victim of the Great Kanto earthquake in the last century. In the same park grounds is also the Kanto earthquake memorial and museum, a memorial statue for dead children and a memorial monument for Korean victims (yeah, odd). For some mysterious reason, a memorial monument (a bed of flowers) dedicated to the victim of WWII air raids is there too. Finally, the park featured a small but pretty Japanese style garden as well. Another recommended tour, this one.

One last mention, even though it is not of a garden: Kameido Tenjin temple, not too far form Kyu-Yasuda, features a wondertastic wisteria all around trellises that close around a central pond by the temple entrance. Absolutely a must-see around the end of April, when all flowers are fully bloomed.

 I still have a few more gardens and parks in my list. I hope to give some more updates soon on this theme.
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Oltre che ai parchi, l’area metropolitana di Tokyo e Yokohama offre decine di giardini giapponesi, ognuno dei quali e’ unico. Visto che pare io abbia incominciato la saga dei parchi, mi pareva equo fare lo stesso per i giardini.

Ho riletto il mio blog e ho trovato un pezzo in cui lamentavo la carenza di ampie aree verdi eccetto che per un paio di parchi (qui). Questo era tanti anni fa, e da allora ne ho visti di parecchi. Seppure sono comunque sempre dell’idea che ci vorrebbero più parchi urbani del calibro di Yoyogi, ci sono tanti piccoli nuclei verdi sparsi dappertutto che aiutano a fuggire dalla giungla cittadina.

Tra tutti gli spazi verdi, i giardini giapponesi sono i più tranquilli e carini. Spesso si sviluppano attorno a un laghetto centrale con carpe e tartarughe, e le piante in essi vengono scelte in modo tale da rendere il giardino bello a ogni stagione. Entrare in uno di questi giardini e’ come ritrovarsi in un altro spazio e un altro tempo.
Non c’e’ quindi da meravigliarsi che tante coppie scelgano i giardini per le loro foto ricordo. Mi ricordo che anche io, quando ho indossato un kimono per delle foto, sono andata ai giardini Koishikawa Korakuen (qui). E anche quando ho servito da modella per una pubblicità di borse siamo stati ai giardini Kyosumi Teien per le foto (qui).

Che poi, vista la mia concentrazione alle foto, di entrambi i giardini non ricordo nulla. Sono persino stata di nuovo a Kyosumi Teien di recente e non ho riconosciuto nessun angolo del giardino. Roba da pazzi. La bella cosa di questo posto, e ora lo so perché ho nuovi ricordi, e’ che molti sentieri sono fatti da enormi rocce piatte che attraversano il laghetto centrale. Il che significa che si possono vedere davvero da vicino le carpe enormi che seguono chiunque si avvicini nella speranza di un boccone. L’atmosfera li’ e’ serena e i visitatori dimenticano immediatamente del cacofonico mondo attorno. Visto che i giardini Kyosumi sono molto vicini al museo all’aperto Fukagawa Edo, un giretto culturale e tradizionale a Tokyo includendo entrambi questi siti e’ vivamente consigliato.

Poi, qualche fine settimana fa, quando c’era sole e caldo, sono andata anche in due nuovi giardini, RIkugien e Kyu-Yasuda.

Il primo, che pare sia tra i più belli a Tokyo, non mi ha colpita più di tanto. A parte una collina da cui si poteva osservare il giardino dall’alto, non c’era molto. Scommetto che sono andata nella stagione sbagliata…infatti questo giardino e’ pieno di aceri giapponesi che diventano rossi in autunno. Quello e’ il periodo giusto per andare, e forse lo rifarò.

Invece Kyu-Yasuda sono stati una rivelazione. Per me sono i più belli finora. E poi sono addirittura a ingresso gratuito, cosa che mi ha sorpreso vista la bellezza del posto e lo sfondo della Tokyo sky tree. Anche il museo Edo-Tokyo (qui) si trova nelle vicinanze.

Un valore aggiunto: di fronte ai giardini c’e’ il parco Yokoamicho, che e’ pieno di memoriali. La maggior parte del parco e’ presa da un edificio imponente che funge da padiglione della memoria, dedicato alle vittime del terribile terremoto che si verifico a Tokyo il secolo scorso. Sempre nello stesso parco c’e’ poi il museo alla memoria del terremoto, una statua commemorativa per i bambini morti nel disastro e un monumento per commemorare le vittime coreane (boh). Per chissà quale misteriosa ragione c’e’ poi anche un monumento (un prato fiorito) dedicato alle vittime dei raid aerei della guerra mondiale. Infine, in un angolo del parco e’ stato ricavato un piccolo squisito giardino giapponese. Un altro itinerario caldamente suggerito, questo.

Ultima menzione, anche se giardino non e': il tempio Kameido Tenjin, poco lontano da Kyu-Yasuda, ha un meraviglioso traliccio di glicine tutt'intorno a un laghetto prima dell'ingresso al tempio. Assolutamente da visitare a fine aprile, quando la fioritura e' all'apice.

Ci sono ancora molti altri giardini giapponesi nella mia lista, quindi spero di avere presto altri aggiornamenti sul tema.


Kyosumi Teien

Rikugyen



Kyu-Yasuda

Yokomeicho park memorial


Kameido Tenjin wisteria