Sunday, May 28, 2017

Dragon boat race

It's the last weekend of May and finally I get out of the house to do something different. Well, sort of different: I went to watch a boat race in the beautiful Yokohama bay this afternoon.

This boat race is somewhat special, as it is a annual event, where teams of rowers race against each other in low boats. The uniqueness of the event is given by the name of the race itself: the Dragon boat race. It is called this way because the boats feature a Chinese dragon head in the front and a tail in the rear of the boat. The boat themselves are painted to remind of the dragons scaled spires of its body.

The sport is of Chinese origin, and in fact the biggest of such boat races is held in Hong Kong, where it is believed it started. Anyway, when the dragon boat race takes place, it is always a great idea to go have a look as the atmosphere is very festive and energetic. Plus it's out in the open, and we like that regardless.

The races go on through the entire day, and are held on two consecutive weekends, both days. Teams of 20 or so people race, typically three teams at a time, and repeat the race twice, apparently (I did my research). After watching the first race, I could see why the competition drags a lot of supporters, friends and family, such that the park that faces the bay where the race takes place is invaded by cheering people. It is very easy to get dragged into the mood of the day, especially if it is as sunny as it was today (we are close to the monsoon season, so we can’t be sure about it). As soon as a boat race starts, people begin to shout in encouragements, while the teams in each boat row in perfect coordination. Some of them are very fast, and some others are terribly slow, but it is all part of the game and in the end everybody is there for the sport, not for the win. The distance to cover is not huge, and the park promenade just by the water is the best place to be to watch the unfolding of all the events.

Also, because there are many teams that compete over the day, the park itself becomes the place to be, people organise picnics, boat teams rest in between races, the municipality and sponsors also help with setting up music performances, food stands and shows.

After I watched a bunch of teams do their best, I retreated under a tree to relax a bit under the shade and observe people. The one thing that was annoying, but unfortunately necessary, was the race commentator, a woman with a shrill voice. The megaphones tower that had been set up so that time and scores and all sorts of comments in between were announced (shouted, I’d say) made sure that shrill voice pierced your ears good. But in the end, everybody was having a good time, families were enjoying the day, and I was too. So, all in all it was good.

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Ultimo fine settimana di maggio e finalmente esco di casa per far qualcosa di diverso. O più o meno diverso. Sono andata a vedere una gara di barche a remi nella bellissima baia di Yokohama.

Questa gara e’ in un certo modo speciale, visto che e’ un evento annuale in cui gruppi competono gli uni contro gli altri a colpi di remi. La cosa unica dell’evento e’ proprio il nome: Dragon boat race (ovvero la gara delle barche del drago). Il nome deriva dalla forma delle barche, basse, in cui la prua e’ fatta a mo di testa di drago e il retro come la coda, mentre l’intera barca a remi e’ decorata come a dare l’idea del corpo a scaglie del drago.

Lo sport e’ di origini cinesi, e infatti la gara più famosa e più massiva si tiene a Hong Kong, dove pare il tutto sia iniziato. In ogni caso, se c’e’ sta gara e’ sempre una buona idea quella di andare a dare un’occhiata visto che l’atmosfera e’ festiva e piena di energia. E inoltre, il tutto si svolge all'aperto. Il che, ci piace a prescindere.

Le gare durano tutto il giorno, e si tengono in due fine settimana consecutivi. Gruppi di circa 20 persone, tre alla volta, gareggiano a quanto pare per due turni. Si capisce subito, gia alla prima gara, del perché queste gare attirino cosi tante persone, sostenitori, amici, parenti,tanto che il parco che si affaccia sulla baia dove si tiene la competizione e’ invaso da un sacco di persone animate. E’ facile lasciarsi trasportare dall’aria festiva, soprattutto se e’ un giorno bello come oggi (visto che siamo in procinto di stagione monsonica non si può mai sapere). Nn appena una gara inizia, la gente incomincia a gridare e incitare, mentre ogni gruppo di rematori va in sincrono. Alcuni di loro vanno proprio veloci, mentre altri arrancano, ma alla fine fa tutto parte del gioco e poi si e’ li per partecipare e non per vincere. La distanza da coprire non e’ tanta, e il viale del parco che sta proprio a dirimpetto sull’acqua e’ perfetto per seguire tutti gli sviluppi. 

Che poi, visto che ci sono più gare in un giorno, il parco stesso diventa proprio il posto in cui essere, infatti c’e’ chi organizza picnics, i gruppi di vogatori si riposano tra le gare, e come se non bastasse ci sono anche manifestazioni, concerti, e musica, per non parlare degli onnipresenti stand di cibo da sagra.

Dopo che ho guardato alcuni dei gruppi dare il meglio che potevano, mi sono ritirata sotto un albero per rilassarmi un attimo all’ombra e per osservare la gente. Una cosa che dava fastidio c’era ed era la voce stridula della commentatrice della gara. Infatti i megafoni che erano stati installati cosi da annunciare i tempi e commentare i momenti della gara, assicuravano proprio un gran mal d’orecchi. Alla fine pero’, e’ stata una bella giornata, e va bene cosi.








Saturday, May 27, 2017

A Greek dinner

The other day I arranged a Greek dinner at my place, where only my Greek colleague, with only a very little help form myself, cooked everything. It doesn’t often happen that I let someone use my own kitchen entirely, but when I do…it’s for a good cause, and I couldn’t have asked for a better use of it, looking at how it turned out.

We met early, on the day, to do all the grocery shopping and one hour and 5 bags later we were ready to get to work.
The recipes we prepared were not just the usual ones found at your average Greek restaurant (no moussaka, sorry peeps), so I wanted to definitely watch all the steps of the preparation to learn. I normally am the teacher, but for once I was the student, following directions and instructions. It really felt like a cooking class, only that this time the cook came to me and not viceversa. During the cooking I would also ask questions about the dishes she was preparing and the Greek cooking traditions, since I didn’t know much about either. We were engaged for about 5 hours straight, but weren’t rushing, allowing the flavours of herbs and olive oil to fill the room. 

We prepared the following (hoping I got the names right): gigantes (giant beans baked in tomato sauce), tzatziki (the well known yoghurt and cucumber sauce), zucchini chips that were oh fabulous, keftedes (meat balls with herbs), giouvetzi ( a dish of baked meat and pasta where the meat is stewed beforehand in cinnamon flavoured tomato soup), a lettuce and dried figs salad, and finally the more classic tomato and feta cheese salad.

I mean, it was a feast. I invited over a few friends who took care of drinks and sweets and we were all set. We stayed till late trying to fit as much food as possible in our stomachs, but we cooked for an army anyway, so in the end I indulged in leftovers for a few days. It was good.

I shall arrange more of those cooking events where I focus on one country’s traditions. Indian next?

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Qualche giorno fa ho organizzato una cena greca a casa mia, e in quell’occasione una mia collega greca, con un minimo aiuto da parte mia, si e’ messa a cucinare dall’inizio alla fine. Non capita spesso che lascio la mia cucina nelle mani di qualcun altro, ma se succede e’ per una buona causa e tra l’altro non avrei potuto sperare in un migliore utilizzo di casa mia.

Il giorno della cena ci siamo incontrate presto per fare la spesa e un’ora e 5 borse dopo eravamo pronte per cominciare.
Le ricette che abbiamo preparato non erano le classiche che uno trova ai ristoranti di cucina greca (ovvero niente moussaka), perciò ero attentissima a ogni cosa. Di solito sono io quella che spiega, mentre invece stavolta ero quella che ascoltava, e ho seguito tutte le istruzioni passo passo. Sembrava proprio di stare a scuola di cucina, ma con il vantaggio che il cuoco ti viene a casa, piuttosto che il contrario. Mentre cucinavamo ho anche fatto tante domande sia riguardo ai piatti che alle tradizioni, visto che ne so poco di entrambi. Abbiamo passato una cosa come 5 ore filate a cucinare, ma senza avere fretta, dando il tempo agli aromi di erbe e olio d’oliva di inebriare il tutto.

Abbiamo cucinato le seguenti (spero di avere azzeccato i nomi): Gigantes (fagioli giganti infornati in salsa di pomodoro), tzatsiki (la famosa crema di yogurt e cetriolo), zucchine fritte che erano la fine del mondo, keftedes (polpette di carne alle erbe), giouvetzi (pasta al forno con stufato di carne aromatizzato alla cannella), poi una insalata di lattuga e fichi secchi e infine la famosa insalata di pomodoro e feta.

Ora dico, una festa per gli occhi. Ho poi invitato un gruppo ristretto di amici che si sono occupati delle bevande e dolci, e ci siamo abbuffati a dovere. Siamo rimasti fino a tardi, cerando di mangiare il più possibile, ma davvero c’era da mangiare per un esercito…almeno mi sono rimasti gli avanzi per i giorni successivi.


Mi sa che devo organizzare altri di questi eventi a tema culinario, scegliendo magari una nazione diversa ogni volta. Prossima volta indiano?









Monday, May 22, 2017

Island of cows and colors

I am coming out of a long and intense period of work. Just before the Japanese long holiday known as Golden Week I managed to complete writing some scientific articles and I sent them out. After that, I reckoned it was a perfect time to take some days off and rest, before starting the next challenge. It had to be done.

I chose, of course, the beach as a destination. Because the main purpose of taking time off was to recharge, what I had in mind was a place in Japan that maximised my relax and minimised my efforts: one flight at most to get there, pickup service at airport by the hotel, fancy hotel with spa, sauna, outdoor pool and indoor pool (because what if it rains?), big room with ocean (and sunset) view, restaurants and shops. Basically I could have not left the hotel premises, if I really wanted. That place is Okinawa, where I keep returning to every time I can.

Blessed with stable weather conditions for most of my stay and not worrying about the monsoon season that would soon approach the islands, I spent the time chilling by the outdoor pool, drinking refreshing and slightly alcoholic shikuwasa (Okinawa and Taiwan native lemon) beverages. The few times that it rained, it was early in the morning or late in the afternoon. Anyway, it wouldn't rain for more than one hour, and then blue skies would follow.

Now, another one of the many things I don't understand about the Japanese people is this: Okinawa islands offer amazing beaches, sceneries, coral reefs, gorgeous hills and mangrove forests, and all this nature is there waiting to be taken in…hiking, snorkelling, swimming, you name it...and yet, what all people do is signing up for those silly water activities that have nothing to do with the beautiful nature (mostly polluting it, in facts) involving water bikes or boats, then tour the island by car and stop here and there to snap a photo to say "been there". Pfff.

I did also tour the island, but for totally different reasons. I was in search of the perfect secluded beach, and I visited many. It was exactly like in the beach towns in Sicily, where locals know they have to simply drive with an eye on the first trail on the left/right, hidden between trees and weeds and flowers, but definitely taking them to a beach. The tide wasn't unfortunately on my side, being low during the central hours of the day, but that didn't stop me from entering the water wherever I could. Most of the beaches on the island are made of reef, so on low tide they are a no go except for a few that are sandy and have deep enough water to swim even in low tide.

It is crazy how towns in those remote islands remind me of my own island. Seaside villages are all the same everywhere I guess, the houses basically being a big block with large porches or terraces, bougainvilleas (and hibiscuses!!) everywhere, old buildings whose facade is eaten up by the briny air, roads that would welcome a few repairs, farming sheds, laid back people. The one difference is in that Sicily is not even close to be as green as the islands of the Yaeyama group, the southernmost ones in Japan.

There were tens of cow farms on the island, which is famous for its black cow beef, and I don’t really know how those animals can survive in such a hot place. They must be happy, though, eating lush green grass with the beautiful view of the reef…

Seeing the reef barrier from above, something I hadn’t had a good chance to do so far, is fantastic. I could reach the north tip of the island (and rode every possible road), and climbed on a hill that gave the perfect lookout point: all shades of green and blue were mixing with the white of the sand, creating a sharp contrast with the deep blue waters outside the reef.

The holiday was over sooner than I realised, but it was a good one. Now that I am back in a depressing grey Tokyo, though, I wish I could have stayed in paradise longer. All good things come to an end they say, but nobody said they can’t be repeated, right?

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Sto uscendo da un periodo di lavoro intenso. Proprio prima del lungo ponte festivo che in Giappone e’ noto come Golden Week, sono riuscita a completare alcuni dei mei articolo scientifici e mandarli. Al che, pareva proprio il momento giusto per prendere una pausa e ricaricare le batterie prima degli impegni successivi. S’ha da fare.

Ovviamente ho scelto come destinazione la spiaggia. Visto che l’obiettivo del prendere un po’ di ferie era quello di riposarsi, quello che avevo in mente era un posto in Giappone che massimizzasse il relax e minimizzasse gli sforzi: solo un volo da prendere, servizio navetta in aeroporto per l’hotel, albergo bello con spa, sauna, piscina all’esterno e all’interno (perché oh, metti che piove?), camera enorme con vista oceano (e tramonto), ristoranti e negozi. In pratica, se proprio avessi voluto, non ci sarebbe stato bisogno di uscire dall’albergo. Quel posto in Giappone e’ Okinawa, uno a cui torno ogni qualvolta posso.

Fortunata col clima, non mi sono dovuta minimamente preoccupare dell’imminente stagione monsonica, ma ho anzi passato tantissimo tempo a bordo piscina, bevendo cocktails a base di shikuwasa (un frutto tra limone e arancia nativo di Taiwan e Okinawa). Quelle poche volte che ha piovuto e’ stato per un’ora o poco più e di solito la mattina o tardo pomeriggio, lasciando poi spazio a cieli azzurri.

Ora, un’altra delle tante cose che non capisco dei giapponesi e’ questa: le isole di Okinawa hanno spiagge e panorami bellissimi, barriera corallina, colline lussureggianti e foreste di mangrovie, e tutta questa natura sta li ad aspettare che la gente vi si immerga…che so, scalare le colline, immersioni, nuoto, insomma la qualsiasi…eppure questa gente non fa altro che dedicarsi a tutti quelle attività acquatiche che non hanno nulla a che vedere con la natura (anzi, piuttosto la inquinano) che includono moto d’acqua o barche, poi si fanno un tour dell’isola con la macchina, si fermano di tanto in tanto per fare una foto cosi da poter dire “io ero qui”, e basta. Che tristezza.

Anche io ho fatto il giro dell’isola, ma per tutt’altro motivo. Infatti ero alla ricerca della spiaggia perfetta, isolata e tranquilla, e ne ho viste tante. Era proprio come in Sicilia, dove la gente del posto guida con l’occhio sul lato della strada per ogni possibile viottolo nascosto tra arbusti e fiori che sicuramente porta alla spiaggia. Sfortunatamente, la marea non mi ha aiutato tantissimo, perché era al suo minimo durante le ore centrali, ma questo dettaglio non mi ha fermata di certo dal provare l’acqua non appena potevo. Visto che la maggior parte delle spiagge dell’isola sono praticamente fatte di barriera corallina, quando la marea e’ bassa non si può proprio nuotare, eccetto per un paio in cui il fondo e’ sabbioso e quindi anche in bassa marea andava benissimo.

E’ davvero incredibile quanto i paesini in queste isole remote mi ricordino della mia isola. I villaggi di mare sono tutti uguali, mi sa, le case sono in pratica un grosso blocco con terrazze, buganvillee e ibisco ovunque, edifici vecchi le cui facciate sono erose dalla salsedine, strade che necessitano più di una miglioria, capannoni agricoli e di allevamento, gente tranquilla. L’unica differenza sta nel fatto che la Sicilia non ha per nulla la vegetazione verde smagliante delle isole Yaeyama, quelle più a sud del Giappone.

Nell’isola ci sono anche tantissimi allevamenti di mucche nere, famose in tutto il Giappone per le loro carni, e io non so proprio come fanno queste povere bestie a vivere in quel caldo. Eppure mi sa che sono felici, visto che mangiano bella erba verde con la vista della barriera corallina.

Una cosa spettacolare e’ avere una vista della barriera dall’alto, cosa che ancora mi mancava. Sono andata fino alla punta nord dell’isola, e sono salita su una collina che dava proprio il punto d’osservazione perfetto: tutte le sfumature di verde e blu si mescolavano con il bianco della sabbia, creando un contrasto netto con l’acqua blu al di fuori della barriera.

La vacanza e’ finita più presto di quando volessi, ma e’ stata una di quelle vacanze perfette e ora che sono di nuovo nella Tokyo grigia e deprimente vorrei gia tornare li. Tutte le cose belle sono destinate a finire, si dice, ma nessuno ha detto che non si possano ripetere, no?











Saturday, May 6, 2017

Expat problems IV - Clothing

I fought the urge for ten years, but I couldn’t do it anymore: I bought a sewing machine, eventually.

For those who don’t know, I know how to make clothes. And one may think why on earth would I want to make my own clothes when I live in Tokyo? Eh, well, because expat problems.

I am not sure how many out there are like me who:

-don’t like Japanese fashion
-don’t fit in the Japanese sizes
-grew up with an Italian sense of fashion (I mean, ITALIAN STYLE, man!)
-know how clothes should fit

I can’t count how many times I wanted to buy something but when I tried it on it just didn’t look right, it would pull on one side, or twist, or be too short on the arms, or be too large on the waist, and so on. If I really liked something, because of a pattern or a design, the tailor in me would immediately know what to do to fix it, so I would buy the stuff, then keep it until the next time I fly home and then fix it there with mum’s machines. In the end, thought, even the intention to buy clothes wore off (haha, pun), and I think I haven’t been shopping for clothes in years. It is also good for my finances, but also I have never been a big fan of shopping anyway.

Same problem happens with shoes, as even the shape and size of the shoes are different for the Japanese…but for that, alas, I can’t do much. I just ignore the whole shopping thing altogether.

But now. Now things have changed. Not much on the buying side, rather on the making side. I can now remodel, fix, change my wardrobe or create something form scratch (which is the part I like the most about sewing, the creativity it involves).

I don’t think I will now switch to full on tailoring, because I don’t quite know how to get all the stuff that I need, like fabric, but at least now I won’t have to wait months before working on a dress.

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Per anni ho resistito alla tentazione ma alla fine non ho potuto: ho comprato una macchina da cucire.

Per coloro che non lo sanno, ebbene si, so cucire. E verrebbe da pensare perché mai a uno verrebbe in mente di farsi i vestiti quando si vive in un posto come Tokyo? Problemi da espatriati, ecco perché.

In ogni caso, non sono proprio sicura di quanti come me:

-non sono attratti dalla moda giapponese
-non entrano nelle taglie giapponesi
-sono cresciuti con un senso italiano della moda (cioè, dico STILE ITALIANO, cavolo)
-sanno come farsi i vestiti

Ho perso il conto di quante volte ho voluto comprare qualcosa ma poi quando lo indossavo c’era sempre un non so che di sbagliato, o tirava, o torceva, o era troppo corto di braccia, o troppo largo ai fianchi, eccetera. Se proprio mi piaceva qualcosa, o un motivo o proprio un modello, la sarta in me sapeva gia come fare per sistemare il tutto, cosi compravo la roba e poi aspettavo fino a quando tornavo a casa e usavo i macchinari di mamma. Alla fine, comunque, persino l’intenzione di comprare qualcosa e’ svanita e penso che sono anni che non faccio acquisti. La cosa fa bene anche al portafoglio, seppure non sono mai stata una fissata con il fare gli acquisti.

Lo stesso problema si presenta per le scarpe, che anche quelle sono di forma diversa. E pero’, per quelle non c’e’ nulla da fare. Posso semplicemente ignorare gli acquisti.

Ma ora le cose sono cambiate. Non tanto nel comprare quanto nel fare. Ora posso cambiare, sistemare, rinnovare il mio guardaroba oppure creare qualcosa di nuovo, che poi e’ la cosa più bella del farsi i vestiti, quella della creatività.


Penso che non passero’ completamente alla sartoria totale, visto che non so bene neanche come e dove trovare il resto delle materie prime che mi servono, pero’ almeno adesso non dovrò aspettare mesi prima di lavorare a un vestito.



Wednesday, May 3, 2017

Nothing to report

Here we are again, complaining about neglect.

I recently went through my ten years old blog, reading the posts, not at all surprised of the plummeting post frequency curve, and horrified at the bad English the first ones were written in. I still write in two languages, mainly because I need to practice my native language and also because I like writing, so doing it in another language is a challenge I love.

But no matter how hard I try, truth is I have little to nothing to report. What to blame is time. It is the time as the lack of it, the 25th hour I don’t have in order to focus and write, and it is also the time as duration of my stay: after so many years I don’t have so much to tell about other than the same old stuff (and we do not like to be repetitive).
I sit down and try to remember what’s happened in the past month, and it’s either me who can’t remember or nothing of note happened.

Let’s start from the beginning of April. Ahh, the cherry blossom came and it was soon gone…the already narrow hanami (cherry blossom viewing) window was narrower this year. Then easter came and easter was gone…in any case we don’t notice which holiday our own country is celebrating here, and I can’t say I suffer about it. But I have to say that, while easter was the only one among the christian holidays that went unnoticed in Japan, the recent years have seen a turn, as chocolate eggs and easter themed food and decorations have began to pop around. Then work deadlines came and they were soon gone…and I feel I have been meeting deadlines for years now.

It’s now May, and it’s full golden week, that blissful time of the year when it feels like real spring and the Japanese get 3 consecutive days off due to national holidays. What have I planned for this year’s longer than usual weekend? Absolutely nothing. To be honest, I was considering to work during the holidays, welcoming the quiet in the office, imagining already progresses on writing (yes, I do sci-write a lot for work too, recently), and then taking some time off when everybody else is at work…in fact, trying to travel during this long week of holiday is anyway a bad idea. Eventually I decided for staying at home during the peak of traveling, and take holidays later instead.

I guess you’ll be hearing from me soon.

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Ed eccoci di nuovo a lamentarci della negligenza. Di recente ho scorso il mio blog oramai decenne, leggendo i vecchi post, per niente sorpresa della brusca caduta nella frequenza degli interventi, e anche esterrefatta a quanto pessimo era il mio inglese. Scrivo ancora in due lingue, principalmente perché ho bisogno di praticare la mia lingua madre e poi perché scrivere mi piace, se poi in un’altra lingua ben venga. Mi piace la sfida.

Ma in ogni caso, non importa quanto io ci provi, non ho molto da raccontare. E qui dobbiamo incolpare il tempo; Da un lato e’ proprio la mancanza di tempo, quella 25ma ora che non ho, e da un lato e’ anche il tempo inteso come durata, visto che dopo cosi tanti anni qui non c’e’ molto altro da dire a parte le solite cose (e non ci piace essere ripetitivi).
Sto qua seduta a pensare a cosa sia successo in questo mese appena passato e, o sono io che non ricordo, oppure non e’ proprio successo nulla.

Partiamo dall’inizio di aprile. Ah, si, i ciliegi in fiore sono arrivati e subito andati…la finestra gia breve in cui si può fare Hanami (ovvero osservazione della fioritura dei ciliegi) e’ stata ancora più breve quest’anno. Poi, la pasqua e’ arrivata e se ne e’ subito andata….ma noi espatriati non ci facciamo caso a prescindere, e non posso certo dire che la cosa mi dispiaccia. Devo anche dire che, sebbene la pasqua fosse finora stata una di quelle festività non osservate in Giappone, negli ultimi anni ho visto un cambiamento, dopo che uova di cioccolato e piatti a tema hanno incominciato ad apparire in giro. Poi le varie scadenze di lavoro sono arrivate e se ne sono subito andate…ho come la sensazione che non ho fatto altro che rispettare scadenze per anni.


Ora e’ maggio, e siamo in piena golden week, quel periodo speciale dell’anno quando sembra primavera e i giapponesi hanno tre giorni consecutivi di ferie. E che cosa ho programmato per questo fine settimana più lungo del solito? Niente di niente. Onestamente pensavo di lavorare durante queste festività, assaporando gia la pace in ufficio, imaginando gia i progressi con la scrittura (e si, scrivo di scienza un sacco ultimamente), e poi di prendere giorni di riposo quando gli altri stanno al lavoro….in effetti spostarsi proprio in questo periodo non e’ proprio il meglio. Alla fine ho deciso di stare a casa durante i giorni di massimo esodo e poi prendere alcuni giorni di ferie dopo, per cui avrete mie notizie più in la.