Sunday, November 24, 2013

Lifestyle -- Brand - ブランド


Se c'e' una cosa che non manca assolutamente nella vita di un giapponese e' l'articolo di marca. Se e' vero che i giapponesi, in particolare le donne, sono i migliori spendaccioni della terra (presto verranno superati da coreani e cinesi, attenzione!), e' anche vero che quello che li interessa di più e' l'articolo di marca: che sia un portafogli, una borsa, una sciarpa, un portachiavi, un orologio, meglio se e' di manifattura conosciuta e famosa. Meglio ancora se e' pure molto costoso. Dico, più del 90% delle donne giapponesi possiede una borsa LV….non so se rendo l'idea.

Il perché e' presto svelato. Di fondo i giapponesi sono tanto creduloni e semplicioni che basta una buona idea di marketing (altro argomento di discussione per un capitolo della saga Lifestyle) per farli letteralmente impazzire. Ma non e' solo questo, ovviamente. Diciamo che una buona campagna pubblicitaria e' quell'elemento che mantiene vivo l'interesse, mentre il bisogno di apparire, di ostentare una posizione di privilegio nella società fanno si che i giapponesi si buttino sui beni di lusso. 

E' come se, in crisi di identità, i giapponesi si sentissero più al sicuro se uniformati al lusso, così che tutti riconoscano un solo ideale, un solo valore, un solo stile di vita e a quello bisogna tendere per essere "accettati". Il fatto e' che i giapponesi comprano alla cieca: non importa il modello o il colore dell'accessorio si abbinino all'abbigliamento o alla persona in generale. Quello che importa e' che sia una borsa in vera pelle Prada o LV, una sciarpa volendo orribile ma pur sempre costosa e di fattura, che so, inglese o italiana. Perché se si sfoggia una Gucci, allora si ha classe. 

E qui e' dove la marca e il pacchiano si incontrano e si confondono.

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If there is one thing that can't miss in a Japanese life is a brand item. If it's true that the Japanese, especially women, are the best shopper in the planet (though soon to be dethroned by Koreans and Chinese), it is also true that what interests them is brand: be it a wallet, a bag, a scarf, a keyring, a watch it better be of well known and recognized manufacture. Even better if it is also very pricy (all brands are expensive, but not all expensive stuff is brand). I mean, more than 90% of Japanese women own a LV bag….get the picture?

The reason is soon revealed. All in all the Japanese are naive believers of any good enough marketing solution (this could as well be a topic for another episode of the Lifestyle series) that can send them heels over head about a certain product. But this is not all, obviously. Let's just say that while good advertisement keeps the interest high, it is the human need of social acceptance, of belonging to a privileged class, of showing off wealth that makes these people to jump on luxury items. It is as if, in a identity crisis, the Japanese felt safer when they uniform to the "safe" luxury, so that everyone recognizes one value, one ideal, one life style and to be "accepted" it is that standard one must aim at. 

The peculiarity with the Japanese is that they end up buying blindly: model or color of an object doesn't matter,  fit the person or their style neither. What matters is that a bag be Prada or LV, a watch be very very expensive, a scarf be made in England or Italy regardless whether it is horrible or not. Because, if one can pull off a Gucci something, then one has class. 

And here is where kitsch and brand meet.


Monday, November 18, 2013

Life in life sciences


Ogni volta che incontro persone nuove mi chiedono che lavoro faccio. E si sorprendono sempre della risposta…mi dispiace deludervi ma NON sono un insegnante di lingua a Tokyo.
Dico che sono una ricercatrice, nel campo bioinformatico. E poi devo spiegare cos'e' che faccio.

Bioinformatic. Chi o cosa sono?

Un ibrido tra un maniaco del computer e un biologo, con il valore aggiunto che non deve passare nemmeno un giorno in laboratorio.
Un tipo che riesce a capire aberrazioni nei cromosomi semplicemente dando un'occhiata a un grafico MANHATTAN.
Un altro tipi che scrive codice al computer per decifrare codice genetico.
Un programmatore che lavora con una quantità enorme di dati biologici SENZA mandare in tilt le risorse computazioni dell'intero centro.
Uno scienziato che riesce a rispondere a una domanda su un cancro con un PVALUE e una su significato statistico con un BIOMARKER.
Una persona che può confutare la logica dietro al disegno sperimentale per analisi genetiche.
Uno scienziato che riesce a convertire qualsiasi processo molecolare o biologico in una equazione (tipicamente un modello gaussiano).
Uno scienziato che sa la differenza tra un topo e un mouse....si coglie la battuta?

Insomma, essere un bioinformatico e' affascinante in qualche modo, visto che nessuno sa, ne capisce, cosa fai.

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Whenever I meet new people they ask me what I do for a living. And they are surprised by the answer. Sorry to disappoint, but I am NOT a language teacher in Tokyo.
I say I am a researcher, and I do work in bioinformatics. And then I have to explain what it is what I do.

Bioinformaticians. Who or what are they? 

A computer geek AND biologist hybrid, with the added value that he doesn't spend a single day in a experiment lab.
A cool guy who can make sense of some chromosomal aberration by just looking at a MANHATTAN plot.
Another cool guy who can write computer code to read genetic code.
A programmer who works on massive amount of meaningful biological data WITHOUT crashing the whole center's computational resources.
A scientist who can answer a question on cancer with a P-VALUE and one on statistical significance with a BIOMARKER.
A person who can question the logic of an experimental design for gene probes.
A scientist who can fit any biological or molecular process into an equation (typically, a Gaussian model).
A scientist who knows the DIFFERENCE between a mouse and a mouse...see what I mean?

Being a bioinformatician is somewhat fascinating, as nobody really knows, neither understands, what they do. 


(image taken form biocomicals cartoon site)

The Manhattan plot...

Sunday, November 17, 2013

Short day, long ride, bad mood


Ad un fine settimana perfetto prima o poi segue un fine settimana che di perfetto ha veramente poco. 

Pervasa da un certo malessere, malumore forse, ho passato un fine settimana così così. Sapete, no, quando si dice che se qualcosa può andare storto lo farà? Ecco…

Il venerdì vado a letto sul tardino, essendo stata in giro a sbevazzare coi colleghi. Non dormo bene durante la notte, al che il sabato mattina non mi vede di buon umore. Proprio no. Voglio comunque approfittare del poco sole che in inverno scalda il salotto di casa, esco sul presto per una corsa lungo il fiume e mi fermo dopo 3KM per evitare la distruzione dei miei organi interni, torno a casa. Faccio una confusione madornale per un pranzo a cui dovrei partecipare, pensando di essere una dei tanti partecipanti mentre invece ero la sola invitata….avrò capito male quando ci si stava organizzando. Pazienza, non e' un delitto portare più torte del necessario, no? Di dolcezza non e' mai morto nessuno…Perdo il treno, vado col successivo. E' già oltre mezzogiorno, in ritardo maledetto. La mia coincidenza e' in ritardo, ma porc…..e sto li a pensare che, ma porc…., con una giornata di sole così uno si deve sbobbare ore e ore di treno per potersi permettere qualche ora di svago con gli amici…ecchecc….nel frattempo, il tipo seduto alla mia sinistra sembra abbia un singhiozzo cronico (o forse rutta), mentre quello alla mia destra puzza. E giù altri tre porchi….

Almeno il pomeriggio procede benissimo, pranzo casereccio con Ale e Maki e gioco con Giulia e Ettore (quest'ultimo e' il cane di famiglia). Lasciata la residenza dei miei amici, di nuovo il malessere mi invade. Gli amici contattati in precedenza nella speranza di poter organizzare una bevuta in centro a Tokyo non rispondono, sono stanca, sono di umore nero, alla fin fine vado a casa. Meglio così.

Stesso copione la domenica. Altra mattina di sole, sprecata visto che per via di quello strano malumore che ancora non mi lascia andare non metto il piede fuori dal letto fino a giorno inoltrato. Poi penso che sarebbe meglio andare da qualche parte, forse un parco, sedermi su una panca al sole, osservare le foglie rosse che cadono dagli alberi. Ecco, forse si che mi riprendo. Ma guarda, ho dei libri che devo rivendere….piano della giornata: esci, vai a Shirokanedai, vendi i libri, compra altri libri, vai al parco li vicino, passa qualche ora li a leggere fino a che la temperatura mite lo consente.

Bene. Esco, con uno zaino carico di una ventina di libri (che a sapere prima che mi avrebbero dato solo 400 miseri yen per tutti avrei ben preferito darli via, ma porc…. che mi fa pure male la schiena….porc!!!), direzione negozio di libri. Di nuovo in treno, avendo già perso la mattina a casa senza nessun motivo, vaffan…, arrivo a Shirokanedai per constatare che il negozio e' chiuso per rinnovo locali. Ma porc…..va bene, calma, respiro, posso sempre andare al parco, devo sfruttare la giornata (a quel punto sono già le 13). Solo che il parco e' chiuso….altri porchi…..a questo punto del percorso sono già arrivata a Meguro (a piedi), e mi dirigo a Gotanda (in treno) per tentare la sorte al negozio di libri li. In tutto questo lo zaino e' sempre sulle mie spalle, sempre con tutti i libri dentro. Arrivo a Gotanda e finalmente mi libero del fardello solo per realizzare che vendere sti libri non ne valeva proprio la pena….invece di sfruttare le ore diurne per catturare gli ultimi sprazzi di sole, perdo un milione di anni a cercare nuovi libri da leggere. Esco con il carico di libri dimezzato, ma pur sempre sulle spalle, e finalmente decido di tornare a casa. Stanca, irritata visto che non ho fatto nulla di diverso dal viaggiare in treno e perdere ore chiusa dentro un negozio, spero che un bel piatto di frutta (gelato di mirtilli e avocado su uva bianca, arancia e banana a pezzi) mi tiri su e poi vado di nuovo per la mia corsa lungo il fiume prima che faccia buio. Ovviamente mi sento male e devo interrompere la corsa dopo 2KM. Ma porc…….

Il fatto e' che le giornate sono troppo brevi, i viaggi in treno troppo lunghi, le decisioni troppo sbagliate, e in queste condizioni lo spirito non ne trae benefici. Abbiate pazienza.

Mi premio con una cena a base di torta salata, verdure e gamberi, e questa si che mi e' venuta perfetta. Tutto e' bene quel che finisce bene. 

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To a perfect weekend sooner or later a not so perfect one follows.

Pervaded by a certain unease, bad mood maybe, I spent a weekend that was so so. You know, they say that if something can go worse, it will. Yeah? That's right.

I go to bed quite late on Friday, as I was out and about drinking with colleagues (aka the minions). At night, I don't sleep well so that Saturday doesn't see me that well. No, really. Still, I want to make good use of the little sunlight and I go for a run by the river but I have to stop after 3KM as I feel my own organs are going to self-destruct, so I go back home. I misunderstand the lunch plans for the day, believing that as being one of many I could just drop by a little later than the fixed time, and I buy some more time to find desserts to bring. I was the only invited…damn…oh, well, bringing more cakes than necessary is not a crime, right? No one, to my knowledge, has died for an excess of sweetness. I miss my train -fukk, have to catch the next one, I am terribly late -fukk. My connection is also delayed due to some accident -fukk, and it gets me thinking why on earth one should slop hours and hours commuting in order to catch up with friends in such a fine day…..whatthehell….meanwhile, on the train, the guy on my left has got some serious burping issues while the one on my right stinks -fukk,fukk,fukk.

Well, at least, once I reach Maki and Ale's house everything goes wonderfully, we have a great homey meal and some play time with Giulia and Ettore (the latter being the family dog). Immediately after I leave my friends' house, the unease feeling is back. Friends I did contact before with the hope I would hear from them in time and catch up in town for drinks on my way back didn't reply. Ohdammit, I am tired, pissed, I skip salsa entirely, I go home. 

Same story on Sunday. Another gorgeous sunny day, which I waste because I still have this bad mood and I stay in bed till late. But then I think that I should better go somewhere, maybe a park, sit on a bench warmed up by the weak November sun, watch the leaves fall, read. Maybe this way I'll feel better. Oh, now that I think of it, I have some books to sell. I do have a plan: go to Shirokanedai, sell books, buy new books, go to nearby park, spend a few hours there. 
I leave home carrying a backpack with some 20 books (if I knew before that I'd only get 400 yen for all of them I would have given them away directly -fukk…I even got a backache -fukk!), destination book shop. The morning is already gone, I know, and I am commuting AGAIN to Shirokanedai just to see that the place is closed for renovation -fukk. Still, keep calm, relax, go to the park and make good use of the few hours of sunlight left (at this point of the day is already 1pm). Only…..the park is closed -fukk, fukk, fukk. I walk to Meguro and form there I get to Gotanda where I know there's another of these book stores. In all this going around, the backpack is still hanging on my back. Finally in Gotanda, I get rid of the weight and that's when I realize it wasn't worth the price….and, I spend million years looking for new books to buy. After that, I reckon it is time to go home. I still have to grocery shop, hey. Tired and rather irritated of the fact I spent the whole day either on a train or in a store, I make myself a vitamin boost (blueberry avocado ice cream on top of banana, orange and grape) and I go for a run before it gets dark. Obviously, I feel sick and I have to stop after 2KM -fukk.

Day's too short, commute's too long, decision's too dumb so the spirit doesn't get any beneficial healing. Bear with me. 

I treat myself with a nice salty tart dinner, vegetables and shrimps, and this one came out perfect. All's well what ends well?



Wednesday, November 6, 2013

The Ramen Museum


Fortuna vuole che un altro lunedì sia festa nazionale. 

Essendo il giorno della cultura, il modo migliore di sfruttare la vacanza e' fare qualcosa di culturale, e sono infatti andata al museo. Il museo dei ramen, dove ho appreso della storia, le varietà e quant'altro c'e' da sapere sui ramen. Sappiamo bene che provengono dalla Cina. Non tutti pero' sapevamo che il brodo che si usa nei ramen cinesi si usa anche per preparare altri piatti, mentre quello dei ramen giapponesi e' fatto apposta, unico e solo. Non sapevo che ci fossero così tante cose da sapere sui ramen. Ad esempio, ci sono cinque criteri per classificarli: lo spessore, la percentuale di acqua nell'impasto, l'ondulatezza, il colore e il brodo. La combinazione di questi cinque elementi fa i ramen unici e "regionali". In ogni parte del Giappone si servono ramen locali, infatti.

Il museo e' un edificio abbastanza anonimo di fuori, indicato solo da una tabella. Ma dentro, sottoterra, si sviluppa in tutta la sua grandezza. Fondato nel 1994, era unico nel suo genere. E' composto da un negozio di cianfrusaglie e beni vari, e da nove ristoranti organizzati in uno spaccato urbano del Giappone degli anni 50, con tanto di TV e programmi, ufficio postale, stazione, cabine telefoniche dell'epoca. Un ritorno al passato impressionante. C'e' anche una vespa parcheggiata in un angolo. I visitatori possono scegliere tra preparazioni a base di sale, salsa di soia, miso, brodo freddo (つけめん) e a base di osso di maiale (豚骨) . Servono sia porzione intera che dimezzata, nel caso uno voglia provare più piatti. Un'idea fantastica.

E difatti, ho provato due ricette diverse. Prima sono andata da Ikemen Hollywood (che fa ovvio riferimento al significato del giapponese ikemen- uomo belloccio), dove tutti i camerieri avevano uno stile da ikemen e tra le altre cose la mia scelta di ramen prevedeva anche una bella marshmallow alla fiamma. Poi ho provato una classico ramen con brodo a base di salsa di soia, una ricetta tipica della città di Kesennuma (la città nel nord del Giappone tra le più distrutte dallo tsunami del 2011).

Devo dire che come giornata culturale, e' andata alla grande. 

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Blessed with another one of those National Holidays falling on Monday...

Being it Culture Day, the best way to spend my time is doing something cultural, and so I went to a museum. The Ramen Museum, where I learned about the history, the variety and all one needs to know about soup noodles. We all know that ramen come from China. Not all of us know that the soup used in Chinese ramen can be used in preparations of other dishes, while the Japanese ramen have their own soup stock, that's not used for anything else. Also, I didn't know how serious are people about ramen. For example, there are five criteria to rate ramen: thickness, percent of water in the dough, degree of wave, color, soup. The combination of all those five elements gives ramen their uniqueness and "regionality". Different areas in Japan serve their local version of ramen.

The museum is rather anonymous on the outside, just a building with a sign. But it opens up inside, three levels below the ground. Founded in 1994, it was at that time the first and only of its kind. It comprises a souvenir store and nine shops showcased in a street-scape cut-out of Japan in the late 50's, complete with TV sets and TV shows, vespas, post office, train station, pay telephone booths as they looked then. An impressive blast from the past. Visitors can choose among salt based soups, pork bone (豚骨) soups, miso soups, soy sauce soups and cold dip soup (つけめん). They all serve you full size if you already know what you want, or half portion, in case you feel like trying a few. Fantastic idea.

I did try two places, in facts. Went to check out the Ikemen Hollywood (with obvious reference to the Japanese meaning of Ikemen - good looking guy), where all staff were ikemen-looking, and I even got a marshmallow set on fire for my choice of ramen. The second one was classic soy sauce based ramen, a typical recipe from Kesennuma (one of the most damaged towns in north Japan that were washed away in the 2011 tsunami). 

As for a cultural time, I guess I had a great time.