Tuesday, June 11, 2013

Japanese contamination


Alcune parole della lingua giapponese attecchiscono più di altre nel nostro linguaggio e vengono usate inconsciamente nelle nostre conversazioni giornaliere, appartengono ormai al vocabolario standard di ogni straniero in Giappone. Spesso accade che parliamo questa lingua bastarda a ruota libera, senza davvero rendercene conto, perché ci ritroviamo di solito assieme a altri espatriati come noi avvezzi alla contaminazione verbale, oppure assieme a locali con i quali facciamo sfoggio della nostra profonda conoscenza della lingua.

E' lo stesso che essere bambini nati da genitori di diverse nazionalità e che parlano lingue diverse…prima o poi i bambini iniziano a parlare e non sanno far distinzione tra le due lingue, e le mescolano. Solo che sono soltanto i genitori a capire quello che i loro figli dicono, visto che alle orecchie altrui le frasi non hanno alcun senso e logica. A differenza dei bambini, pero', noi poliglotti per forza, sappiamo bene che stiamo mescolando parole appartenenti a lingue diverse, e lo facciamo apposta. 

Ormai non diciamo più grazie ma "arigatou", non diciamo più scusa o mi dispiace ma sfoderiamo il più versatile "sumimasen" che va bene ovunque e comunque, in ogni circostanza e in ogni situazione per tirarci fuori rapidamente e educatamente da ogni impaccio.

Quando rafforziamo il valore delle nostre affermazioni o quando ci troviamo d'accordo con l'interlocutore aggiungiamo un lungo e teatrale "neeeee" alla fine di ogni scambio di battute. 

Ormai, quando parliamo di accettare o convalidare o sottoscrivere o approvare un documento scritto che sia o una decisione, nel nostro gergo maccheronico non usiamo la parola "firmare" o "consentire", piuttosto ci piace di più la parola "hanko" (i giapponesi firmano non con il solito scarabocchio ma con un timbro, detto appunto hanko, da cui deriva l'azione dell'hanko….nda). 

Mai sentito i vostri amici e colleghi dire che non sono "genki"? In una sola, semplice, pratica parola dicono che non stanno bene, c'e' qualcosa che non va nella loro condizione psico-fisica che si traduce in un generale malessere. E, ugualmente, quando si vuole chiedere se va tutto bene, se non ci sono problemi di sorta, allora vi sarà sicuramente capitato di sentirvi chiedere "daijobu?", tutto OK? Si, si, daijobu…

Molto spesso ci va bene, noi poveri stupidi stranieri in Giappone con scarsa conoscenza della lingua, ma altre volte i nostri strafalcioni grammaticali sarebbero da evitare, seppure gli educati e condiscendenti giapponesi si fanno una risata alla nostra mancanza di acume. Esempi? Il più eclatante di tutti e' l'uso dell'aggettivo "sugoi". In giapponese ha un significato positivo e negativo, a seconda del contesto, che può essere tradotto con terribile. 

Noi, equilibristi in bilico tra la voglia di farci capire meglio e la voglia di apparire integrati, usiamo l'aggettivo in maniera sconsiderata, così che a volte un piatto di deliziosi formaggi viene trasformato in un piatto di terribili formaggi….. 

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Some words in Japanese language stick more than others in our own heads and unconsciously they are used in our daily conversations, they now belong to the standard vocabulary of any foreigner in Japan. It often happens that we outrageously speak this mixed-up language, and we don't realize it, perhaps because we use it often with other expats like us who are used to verbal contamination, or we show it off with the locals to prove our deep knowledge in this matter.

It's as same as being children of parents from different countries who speak different languages…sooner or later those kids will start talking and since they won't know the clear difference between the two, they will mix everything up. Only their parents will be able to understand their funny jargon, while other have no clue. But, contrarily to children, we polyglots by force, know well we are mixing up and we do it on purpose.

We don't say thanks anymore, but "arigatou", we don't say anymore sorry, we rather flash the more versatile "sumimasen" that goes well anywhere and anyhow, in any situation and circumstance in order to run away quickly and politely from any incident.

When we enforce the strength of our opinions, or when we agree with the others, we add a long and theatrical "neeeee" at the end of every words exchange.

Now, in our broken japargon (japanese jargon), when speaking of accept, sign, approve, validate a written document or a decision, we hardly use the work sign or approve or consent, but we rather like the word "hanko" (the Japanese don't sign, they usually stamp their name on a document, that's where the hankering action derives from…).

Ever hear your friends and colleagues saying they are not "genii"? In one, simple, practical word they say they are not doing well, that there's something not good in their conditions that is translated in a general lack of health. And, equally, when one asks you if everything is alright, if there are problems of any kind, then you would have for sure being asked "daijobu?", are you OK? Yeah, daijobu…

Often it goes well, us poor tupped foreigners in Japan with lack of language skills, but some other times our grammatical blunders should be avoided, although the polite and accepting Japanese have a laugh about our lack of brightness. Examples? The most famous of all is the use of the adjective "sugoi", which in Japanese has both a positive and a negative meaning, depending on the context, as in terrific and terrible, respectively. 

Now, we acrobats on a line between the wish to be better understood and the wish to show integration, we thoughtless use the adjective so that sometimes a plate of delicious cheese becomes a place of terrible cheese…


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