Thursday, April 30, 2009

YIN&YANG

Di tanto in tanto mi soffermo a pensare su quale possa essere l'essenza del Giappone, se dovessi sintetizzare in una frase....

C'è da dire innanzitutto che coloro che non vivono in Giappone si basano su stereotipi e luoghi comuni: le cerimonie del thè, le geishe, i kimono, i rituali lenti e precisi, il servilismo e l'affabilità. E potrei elencarne altri e altri ancora, come le tradizioni millenarie, le arti, i fumetti e i cartoni animati, la disciplina. Chi viene però in Giappone perchè affascinato da tali e tante storie, nella maggior parte dei casi rimane alquanto deluso nel riconoscere che nulla di tutto ciò che ha appreso sul sol levante corrisponde a verità. Anzi, è proprio l'opposto.

Eppure, seppur luoghi comuni, seppur dicerie, seppur stereotipi, descrivono esattamente e minuziosamente la realtà dell'estremo oriente. E di fatto, tanto luoghi comuni poi non sono. Cos'è che non va quindi?
Un altro parolone importante che entra in gioco è allora quello della dicotomia, ovvero la distinzione e netta separazione tra due entità che hanno significati opposti. Ci hanno insegnato che esiste il bene e il male, il bianco e il nero, il bello e il brutto....
Chiunque sia andato, vissuto in Giappone e poi tornato racconta la propria verità, aggiunge stereotipi a stereotipi, introduce dicotomie, sfata certi miti, ne propone di nuovi.
Qual'è allora la verità? E se esiste, è assoluta o dicotomica?E' meglio dire 'yin e yang' o 'yin o yang'?

Si pensa che in Giappone si vada in giro vestiti in kimono......vero e falso. Chi porta come testimonianza un'esperienza Tokyana difficilmente avrà da raccontare di geishe e kimono. Invece, chi è nato sotto una buona stella e si ritrova a visitare città meno industrializzate come Kyoto (la culla del rinascimento in Giappone), allora potrà decantare le lodi di donne leggere e leggiadre comparire e scomparire attraverso l'intricato labirinto fatto di stretti vicoli e tetti bassi. Tokyo è la città meno giapponese per eccellenza, eppure ci sono così tanti elementi di pura giapponesità da lasciare esterrefatti.

Si pensa che i giapponesi siano un popolo di anime gentili e affabili. Nulla di più falso ma nulla di più vero. Andate in giro in una giornata qualunque in una delle centinaia di stazioni a Tokyo e scoprirete quanta cafonaggine regna sovrana, sia nei confronti degli stessi giapponesi, sia nei confronti, in particolare, degli stranieri. Eppure basta un pizzico di buon senso, un attimino di attenzione nel seguire il galateo del perfetto turista e una vacanza fuori città regala momenti di sincera e assoluta gentilezza e cortesia da parte di chi, per lavoro ma non solo, vi offre ospitalità.

E' un altro luogo comune quello di pensare che i giapponesi posseggono un alto senso dell'onore. Discendendo dai samurai, stirpe guerriera, si immagina il giapponese come un uomo che non perde mai il controllo della situazione, che mantiene sempre la dignità: la morte piuttosto che perderla. Eppure eppure andate di venerdi sera in una qualsiasi locanda o osteria e vedrete quegli stessi discendenti dei samurai che si ingozzano di cibo e tracannano birre e sake a volontà fino a perdere il contattò con la realtà e soprattutto la dignità, finendo per farsi trascinare a casa o al primo taxi dai colleghi o gli amici, un pò meno ubriachi,forse, ma comunque incapaci di eseguire i più semplici movimenti. Per loro probabilmente ubriacarsi fino a morirne non sembra rientrare nella lista delle cose da evitare se si vuole mantenere la dignità attaccata alla propria faccia. Quando però vengono fuori degli "scandali", allora il giapponese è pronto a fare ammenda e riconoscere i propri peccati,difende il suo onore e esce di scena per sua volontà (non senza però esimersi dall'atto della pubblica scusa) piuttosto che essere sollecitato a allonanarsi o, nei fatti, essere allontanato.

Per non parlare dei fatti strani del tipo: le ragazze possono mostrare le gambe fino al sedere ma non le spalle;le effusioni in pubblico, anche un bacio, sono da evitare coome la peste, ma il sesso non è un tabu e le riviste porno si trovano a tutte le edicole; non ci si può soffiare il naso in pubblico, ma sputare per strada si....
E tanti altri ancora sarebbero i falsi miti e le bugie veritiere da sfatare e raccontare. Ma per non farci accusare di essere prolissi, per evitare di stancare il lettore, ci fermiamo qui.

Esistono poi, questo non può essere tralasciato, concetti chiave della società nipponica, che si possono riassumere nei seguenti.

Wa e Ma. Fondamentalmente wa significa armonia e pace. L'importanza del wa si pensa derivi dalla cultura dele risaie, dove si deve lavorare sodo tutti insieme per poter sopravvivere. Storicamente, i giapponesi hanno sempre vissuto in comunità fitte, e l'importanza di mantenere la coesione nel gruppo ha reso il lavoro di squadra un attributo di alto valore. Ma invece è un intervallo di spazio o di tempo. Più a proprio agio ci si sente con gli spazi vuoti tra le parole-e con cosa non viene detto-meglio si comunica coi giapponesi.

Honne e Tatemae. Queste due parole descrivono il gap tra ciò che è il caso e ciò che è deciso sia il caso (come ad esempio essere se stessi o mostrare una facciata pubblica). Questo perchè le persone dovrebbero nascondere i loro reali intenti specialmente se potrebbe ferire o far perdere la faccia a qualcuno. Ma questo capita anche in altre società, no?

Giri e Ninjo. Rispettivamente significano proprio dovere e propri sentimenti. Come ci si sente di fronte a una situazione spesso non è uguale a come ci si dovrebbe comportare.

Uchi e Soto. Essere parte di un gruppo è un identificatore primario nella società giapponese, e il concetto si estende a tante situazioni. Si è o dentro (uchi) o fuori(soto) dal gruppo, e la differenza di come si è trattati è ampia.

In definitiva, la sintesi e l'essenza della giapponesità verrebbe definita e descritta come: coesistenza degli opposti.
E così ci salutiamo, accennando i principi del taoismo che così tanto confermano la mia tesi:

1)yin e yang sono oposti
2)yin e yang hanno radice uno nell'altro
3)yin e yang diminuiscono e crescono
4)yin e yang si trasformano l'uno nell'altro

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Every now and then I think about the essence of Japan, how I'd summarise it in one sentence...
First of all, those who don't live in Japan base their knowledge on stereotypes and cliches: tea ceremonies, geishas, kimonos, slow and precise rituals, servility and affability. And some more like traditions, arts, comics, discipline. Who comes to Japan fascinated by all those and many others stories, in most of the cases is deluded and realises that not all of what they learnt about Japan corresponds to truth. It's the opposite, in facts.

And yet, were they clichès, were they gossip, were they stereotypes, they describe exactly and minutely the far east reality. So, in facts, they're not that much of a clichè. What's wrong?
Another very important big word called in is then dichotomy, that is the distinction and clear separation of two entities having opposite meaning. They taught us evil and good, black and white, beauty and ugly....

Whoever had been in Japan, lived there and then come back tell their own truth, add stereotypes to stereotypes, introduces dichotomies, breaks certain myths and puts new ones in.
What's then the truth? And if that exists, is it absolute or dichotomic? Is it better to say 'yin and yang' or 'yin or yang'?

It is believd that in Japan people walk around wearing kimonos...true and false. Who brings as an example a Tokyo experience can't tell about geishas or kimonos. Who, on the other hand, is that lucky to visit less industrialized cities like Kyoto (traditions and history live there),then they can tell about light, fluctuating women appearing and disappearing in the labyrint of tiny streets. Tokyo is the less Japanese city, and yet so many elements of pure Japanicity can be fount to be astonished.

It is believed that the Japanese are gentle and friendly people. Nothing wronger, but nothing righter too. Go around in a normal day in one of the many Tokyo train stations and will discover roughness, both towards the Japanese and ,especially, the foreigners. But use a bit of attention and care in following the book of rules for the perfect tourist, and a trip out of town will give moments of absolute and sincere courtesy from who, as a job and not only, gives you hospitality.

Another clichè is to think that the Japanese posses a high sense of honor. Descendants of samurai, warrior seed, the Japanese are thought to be men who never lose control of a situation, who never lose dignity: rather, death! And yet, if you go on a Friday evening in one of the many drinkig places you will see those same descendants of samurai eating like pigs and drinking with the aim of getting drunk till the point they loose the grip to reality and the dignity, ending up being carried by the -perhaps- less drunk collegues to their homes or to a taxi.

Probably they don't consider getting pissed drunk as one of those things to avoid in order to keep dignity. Came out a "scandal", though, then the Japanese are ready to amend and confess their sins, defend their honor and leave the scenes by their own will (not without escaping the act of public excuses) rather than being solicited to go or, in facts, being pushed away.

Other weird facts are: girls can show their legs up to their bum, but not the shoulders; kisses in public are not allowed but sex is not a Tabu and porn comics or magazines can be found everywhere; blowing the nose in public is not to do, but spitting on the street is....
And many more would be the false myths and the true lies to break and tell. But we don't want to be accused of being too talkative, of getting the reader tired, so we stop here.

There are, this matter can't be omitted, some key concepts in the Japanese society that can be summarised as the following.

Wa and Ma. Wa basically means harmony and peace. The importance of Wa is believed to stem from the rice-farming culture,where everyone had to work together to ensure survival.Historically the Japanese have lived in tight-knit communities, and the importance of maintaining group cohesion has made teamwork and consensus highly prized attributes. Ma is an interval in time or space. The more comfortable you are with the empty spaces within words-and what is not being said-the better you'll communicate with Japanese friends.

Honne and Tatemae. those two words describe the gap between what IS the case and what IS STATED as the case (like, real yourself vs your public face). That's because people must conceal their real intent especially if it would hurt someone's feeling, or cause a loss of face. But this as well happens in other societies, does it?

Giri and Ninjo. Respectively they mean one's duty and one's feelings.How you feel about a situation is often at odds with how you must act.

Uchi and Soto. Being part of a group is a prime identifier in Japanese society, and the concept extends to a lot of other situations. You are either outside (soto) or inside (uchi) the group and the difference on how you are treated is vast.

As a conclusion, the sinthesys and the essence of the Japanese way can be described as : co-existence of the opposites.
And so we greet each other, mentioning the principles of taoism that so well defend my thesis:

1)yin and yang are opposite
2)yin and ya ng have roots into each other
3)yin and yang diminish and grow bigger
4)yin and yang transform into each other


Friday, April 24, 2009

Pink Season

La chiamano Pink Season, stagione rosa, e c'è un valido motivo, ve lo assicuro.

Si incomincia con febbraio e marzo quando gli alberi di prugna fanno sbocciare i loro bellissimi fiori, timidamente nel freddo dell'inverno che va a scemare.

Aprile e maggio sono i mesi in cui il cambiamento di stagione si vede proprio e si sente. Non solo le temperature aumentano, non solo le giornate si allungano e il cielo si fa blu, ma anche la fioritura di milioni di piante soggioga la nazione e mette in ginocchio i poveri giapponesi che nulla possono di fronte a tanta abbondanza di rosa.

Ad aprile sono i ciliegi che fioriscono per primi, anzi anche a marzo è già possibile individuare le prime chiazze di rosa su e giù per il Giappone.

Poi, non appena i fiori di ciliegio spariscono per fare posto al verde delle foglie nuove, ecco che già si vedono spuntare i primi fiori di azalea. Fino a maggio inoltrato l'esplosione di colori è a dir poco disturbante: bianco, rosa, rosso vivo, rosa acceso, fucsia, mix di due colori. E come se non bastasse anche i festival arrivano a celebrare la supremazia del rosa: i festival della sakura (ciliegio) e i vari hanami, poi i festival dell'azalea, etc.

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They call it Pink Season for a reason. A valid reason, trust me.

It starts in february/march when the plum trees let the beautiful flowers bloom, shy in the cold winter that goes to an end.

April and may are the months when the seasonal change is visible and tangible. Non only the temperatures start rising, not only the days get longer and the sky becomes blue, but also the blooming of million of plants keeps the nation in a hand, and the Japanese are harmless in front of such abundance of pink.

In april is the cherry trees at first, it's sometimes even in march when up and down across Japan one can spot pink.

Then, right when the cherry flowers disappear to make room for the green of the new leaves, the first flowers of azhalea show up. Till may the explosion of colors is just disturbing: white, pink, hot pink, red, purple. Had this not been enough, there are festivals all over the place celebrating sakura (cherry blossom), azaleas, hanami, etc.






Tuesday, April 21, 2009

Nagoya and Ise -- 名古屋と伊勢

Sempre sulla scia del "Aprile e Maggio sono i mesi migliori per viaggiare", Marina si reca per un fine settimana a Nagoya. Quarta città del Giappone quanto a popolazione, Nagoya merita un bel 10 e lode in fatto di vivibilità. La città infatti pur essendo ampia ed estesa, coi suoi 2 milioni circa di abitanti è per nulla caotica, pullula di aree verdi, la gente è disponibile e si offre di dare una mano.

Perchè Nagoya?

1) la città non è inserita nei circuiti turistici standard, e in ogni caso rappresenta un posto non visto.
2) Il castello di Nagoya è uno dei migliori esempi di architettura giapponese in fatto di fortificazioni militari.
3) E' abbastanza lontano da Tokyo per dare l'idea di essere andati in vacanza.
4) facile da raggiungere via shinkansen
Inoltre grazie a questo viaggio breve, Marina ha fatto nuove esperienze.

Capitolo I : Il viaggio in shinkansen
Una delle migliori invenzioni giapponesi è senza dubbio, se non la migliore, quella dello shinkansen, o treno super veloce. Bisogna prima chiarire che ci sono tre tipi diversi di shinkansen, che si distinguono per tempo impiegato, numero di stop e massima velocità raggiunta. Tra tutti, il super express N700 è sicuramente il più emozionante in quanto permette di raggiungere ogni parte del Giappone comodamente seduti in una carrozza priva di ogni vibrazione o suono esterno in un batter di ciglia. Nagoya dista circa 400km da Tokyo, e per raggiungerla ci si impiega solo un'ora e quarantacinque minuti. E la velocità si sente tutta. E si vede anche. Super express N700 je t'aime!

Capitolo II : Ise jingu
Già che si era in zona, seppur solo per modo di dire, io e la mia fida compagna di venture, al secolo Michela, azzardiamo un fuori programma e subito andiamo a Ise, nella vicina prefettura di Mie, per vedere quello che dicono essere il più famoso tempio shintoista del Giappone, quello dove si venera la dea progenitrice dei giapponesi. In esso è anche custodito il sacro specchio, uno di tre cimeli imperiali, che non possono essere visti da alcun essere mortale fuorchè l'imperatore (l'unico ad avere discendenza divina). Il tempio è distribuito su due aree, una il Gekku, è quella meno importante, e l'altra -Naiku- è nascosta in un immenso parco pieno di alberi secolari ed è quasi inaccessibile. Inseguite dallo scorrere del tempo, visto che si aveva solo un giorno a disposizione, puntiamo sul secondo.

Vuoi perchè i templi shintoisti hanno sempre delle aree sacre accessibili solo dall'imperatore, vuoi perchè vi erano lavori di restauro in corso, praticamente il già di per se secretivo tempio non ci ha dato alcunchè. Ci è stato possibile vedere solo i tetti dorati di alcuni padiglioni all'interno della cinta muraria e nulla più. Fuorchè la meraviglia suscitata al vedere come i ponti in legno vengono costruiti, il tempio ci ha regalato mera delusione e insoddisfazione. Per lo meno il paesaggio fatto di risaie, piantagioni di thè e immensi fiumi hanno ben controbilanciato.

Capitolo III : Nagoya notturna e cambio di programma
Rientrate a Nagoya, prefettura di Aichi, tra l'altro inseguite dalla sfiga più nera che ci fa accumulare ritardi a non finire, non riusciamo ad entrare al castello. Il fatto comico è che ero andata principalmente per il castello, per cui non potendo più far nulla per quella giornata, si decide di passare la notte a Nagoya. Prenota un ostello per la notte, cambia il biglietto del treno, e ci prepariamo a vivere la città. La vista notturna merita, solo due o tre grattacieli intorno alla stazione, strutture accattivanti, geometrie e luci. La vista da una delle due torri che si ergono dall'edificio della stazione,seppur non come quella di Tokyo,ha comunque il suo fascino. E vedere il castello di notte è una bella sensazione. Nonostante stessimo in una città popolosa, non c'era traffico, non c'era confusione, non cerano i rumori a cui chi vive a Tokyo si deve abituare, insomma una città vivibile al 100%. Inoltre la città è servita solo da un pugno di linee della metro, niente treni di superficie a intrecciarsi con le vie urbane e coi palazzi....le strade sono ampie, illuminate e ben corredate di alberi su entrambi i lati. Il quartiere della vita notturna è un pò distante dalla stazione centrale di Nagoya, ma pullula di bei localini e ristoranti tutti da provare. Io e Michela, dopo aver fatto check in all'ostello, andiamo all'hard rock cafe.

Capitolo IV : l'ostello
Marina per la prima volta pernotta in un ostello stile giapponese, che per fortuna tanto ostello non ci è sembrato visto che in due abbiamo potuto avere una camera (e ben 3 futon) tutta per noi, seppure i bagni erano in comune e le docce in stile giapponese, ovvero come nelle onsen dove ci si lava di fronte a tutti (tra gente dello stesso sesso ovviamente) e poi ci si mette ammollo in una vasca di acqua termale. Bene, non che io abbia una grande passione per le onsen, ma visto che avevamo pur bisogno di lavarci, rincuorata dal fatto che eravamo le uniche a doverci lavare a quell'ora tarda (doccia solo dalle 17 alle 22, regole dell'ostello), ho sopravvissuto anche alla mia prima esperienza di onsen.

Capitolo V: Il castello
Il castello di Nagoya è stato quasi interamente distrutto da un incendio durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma è stato interamente e fedelmente ricostruito e rappresenta oggi un modello di architettura. Al suo interno un museo, dove si descrive attraverso foto e altri cimeli, la storia degli shogun di Nagoya, della città e del suo popolo.
Nel museo anche interessanti modelli della città come era un tempo, modelli dell'abitazione regale e spaccati architettonici con fedelissime miniature e riproduzioni. E così, anche una vacanza vista come fuga da Tokyo diventa un'occasione per conoscere un pò di storia e imparare cose nuove. In cima al palazzo, un osservatorio da cui si ha una splendida vista sul parco sottostante e sulla città tutta. Sul tetto del palazzo sta quello che è divenuto il simbolo della città, ovvero due guglie dorate a forma di delfino, per la precisione un delfino femmina e un delfino maschio. Il sistema di scale per andare su e giù nel castello è da capogiro: due diverse rampe di scale, speculari, una per salire e una per scendere, si guardano, si fronteggiano, si sovrappongono ma non si intrecciano. Tutt'intorno al castello una cinta muraria di tutto rispetto, fatta di megaliti uno sopra l'altro. Intorno al perimetro l'immancabile fossato e un grande parco in cui vi sono giardini,fiori e case da thè.

capitolo VI : i templi e la città di giorno
Ogni città del Giappone ha un certo numero di templi buddisti e shintoisti inseriti nel tessuto urbano, e sicuramente Nagoya non è da meno. Osu Kannon e Atsuta jingu sono i due più famosi.
Andiamo prima a Osu Kannon, maestoso tempio nascosto tra i palazzi, dove i bambini si divertono a spaventare i colombi, i genitori si rilassano all'ombra e dentro i fedeli pregano secondo il classico susseguirsi di inchino-preghiera-battito-di-mani-inchino.
Dopo Osu Kannon e la passeggiata lungo le strade vivaci e piene di negozietti che si diramano dal tempio, ci incamminiamo per le strade soleggiate e tranquille per raggiungere la fermata della metro di nostro interesse per andare all'altro tempio. E durante la passeggiata ci imbattiamo in un piccolo baretto dove prendiamo un espresso e incantiamo i gestori per la nostra conoscenza del giapponese, poi troviamo il tempio di Higashi Betsuin. Anche questo imponente e affascinante.
Atsuta jingu è una fotocopia di Ise jingu, sia per collocazione, ovvero in mezzo a un parco e nascosto alla vista, sia per accessibilità, ovvero: nulla. E abbiamo imparato una cosa: nel Giappone centrale tutti i maggiori templi shintoisti sono in restauro.

Epilogo : considerazioni generali
Una cosa è certa, la gente di Nagoya è diversa,più rilassata, più disponibile e più aperta agli stranieri. O cosi ci è parso. Nonostante non si vedano tanti non giapponesi in giro, chiunque ci incontrasse per strada si lasciava scappare un sorriso che sa molto di "benvenuti a Nagoya", altri addirittura attaccavano bottone e si prodigavano prima ancora che gli venisse chiesto aiuto.
Un gruppo di pensionati ci ha addirittura abbordate al castello, facendoci domande su dove veniamo ("da Tokyo, non si vede che siamo giapponesi?"), che facciamo a nagoya, che faremo dopo, eccetera. Abbiamo anche fatto ridere i vegliardi giovanotti, in quanto l'unico che riusciva ad abbozzare alcune domande in inglese, otteneva risposte in giapponese.
Come già detto, c'è tanto più verde a Nagoya, tanti parchi, tanti giardini, strade alberate, maggiore cura e pulizia, meno autostrade che si intrecciano, niente suoni impertinenti.
Tutto sommato, la città mi è piaciuta un sacco, ma tanto davvero, e quasi quasi era un peccato dover riprendere il treno e tornare alla quotidianità della metropoli tokyana.
In ogni caso impariamo anche la nostra seconda lezione: mai prendere sul serio anche le più acclamate guide turistiche.

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On the wave of  "April and May are the best months for travelling", Marina takes her ass to Nagoya. Fourth city in Japan, it deserves a 10+ on living. In facts, the city even though has 2 million inhabitants and is huge, is not chaotic at all, it's full with green areas, people are very friendly and willing to help. Other than that...why Nagoya?

1) the city is not included in the standard tours, and all in all is a place I haven't seen yet.
2) the Nagoya castle is one of the best examples of Japanese military architecture.
3) it's far enough from Tokyo to give the impression to be on holiday.
4) it's easy to get via shinkansen
In addition, Marina experienced new things during this short trip.

Chapter I : the trip on the shinkansen
One of the best, if not THE best, inventions of the Japanese is the shinkansen, or bullet train. Let's make clear that there are different shinkansen types, according to time taken, number of stops and maximum speed. Amongst all, the super express N700 is by far the most exciting one, as it allows to get any part of Japan comfortably sitting in a car with no vibrations and no noise from outside. Nagoya is 400km from Tokyo and it takes only 1hour and 45 mins. And you can feel and see the speed. Super express N700 je t'aime!

Chapter II : Ise jingu
Since we were there already, even though it's just a figure of speech, Michela, my friend and I, hazard a change of plan and immediately head to Ise, in Mie prefecture, to see what is considered the most famous shinto shrine in Japan, the one where the goddess ancestor for all the Japanese is worshipped. In it the sacred mirror is kept, one of the three imperial goods that cannot be seen by any mortal being but the emperor (the only one with a divine origin). The temple is split into two areas, one is Gekku, the less important, and the other is Naiku, hidden in a huge park of (oak?) trees and pine trees. Rushing because of the lack of time, as we planned to stay in Nagoya one day only, we decide for the second one.

Now, shinto shrines always have some areas accessible by the emperor only and in addition restoration works were all over the place, so the result was that the already secretive temple itself didn't impress us at all. We could see only the golden roofs of the shrines inside the walls and nothing else. Except for the way the wooden bridges were built, we could indeed see the carpenters working on one, the temple was disappointing and not satisfying. At least the view from the train, made of rice fields, tea plantations and large rivers was well counter balancing.

Chapter III: Nagoya at night and change of plan
Back in Nagoya, Aichi prefecture, again in bad luck that makes us put delays on top of delays, we can't enter the castle. The funny thing being the fact that I just went to Nagoya for the castle. So we decide to spend the night there and do the castle the day after. Book a room in a hostel, change the train ticket, and we gear up to live the city. The night view is all worth it, only two or three tall buildings nearby the station but their style is catchy, the geometry as well. The view from one of the two towers on top of the station block is not as same as the one in Tokyo, but it is still fascinating. And seeing the castle in the night feels good too. Even though we were in a city quite populated, there was no traffic, no crowd, no noises people living in Tokyo get used to...so a city to live at 100%. In addition there's a handful of subway lines only. No surface trains that criss cross the roads and run close to the buildings, the roads are large, lighted and with trees on both sides. The nightlife neighbourhoods are a bit farer from the central station, but there are many nice places to drink and eat in. After the check in at the hostel me and Michela hit the Nagoya hard rock cafe.

Chapter IV : the hostel
Marina, for the first time, spends the night in a Japanese style hostel, which luckily didn't look like one since we managed to get a double room (and 3 futon) all for us, but the toilets and showers were shared, of course. Actually the Japanese style showers are more like onsens, places where one washes in front of others (same gender only) and then soaks into thermal waters. Well, I don't have a crash on Japanese onsen, but we needed a shower and since we were the two only who had a shower that late, I managed to survive the experience.

Chapter V : the castle
Nagoya castle was almost entirely destroyed during the WWII, but it has been rebuilt as it was and is today a model of Japanese architecture. Inside it is a museum where the history of Nagoya,its shogun and its people is narrated through photographs and other means.
In the museum are also some interesting prototypes of how the city looked like once, prototypes of the royal residence and architectural sections perfectly reproducing the real buildings. This way a trip seen as a escape from Tokyo becomes also a chance to learn something new. On top of the palace is a observatory where once can see the park below and the city from. On the roof there's what became the symbol of the city: two golden carps, a female and a male. The stairs scheme to climb up and down the castle is crazy: two different slopes, mirrored,one to get up and the other one to go down, face each other,they overlap but don't cross each other. Around the castle walls the can't-be-missed park with gardens, trees,flowers and tea houses.

Chapter VI : the temples and the city in the daytime
Every city in Japan has its own amount of temples and shrines mixed with the urban structures, and Nagoya does have as well. Osu Kannon and Atsuta jingu are the most famous.
We first head to Osu Kannon, magnificent temple hidden between a handful of buildings, where kids have fun annoying the pigeons, where parents chill out and worshippers follow the ritual of bow-pray-hands clap-bow. After visiting Osu Kannon and walking along the shopping streets around the temple we start walking in the sunny and quiet streets to get the next temple. And while walking we stop at a nice bar where we get a espresso and surprise the bartenders with our knowledge of the Japanese language. After that we find Higashi Betsuin temple. This one too, fascinating and huge.
Atsuta jingu is another copy if Ise Jingu: same location - hidden inside a park- and same level of accessibility: none. And we learned our first lesson: in central Japan all the major shinto shrines are under renewal.

Epilogue: general comments
One thing is certain: Nagoya people are different, more relaxed, more friendly to the foreigners. Or at least that was our impression. It's less common to spot a non Japanese here, and yet all the Japanese who met us smiled at us as to say "welcome in Nagoya", some others asked us if they could help without waiting for us to ask them for it. A group of old guys, even, wanted to talk with us, asking where we come from ("Tokyo, don't you see we're Japanese?"), what we are doing in Nagoya, and so on.We also made them laugh because the only one who could put together two words in English got our answers in Japanese.
As I said, there's much more green in Nagoya, many parks, many gardens, all the roads have trees on both sides and are cleaner, there's less highways, no annoying noises.
In the end, I liked the city a lot, and it was a pity having to catch the train to go back to normal Tokyo life.
And, besides this, we also learn our second lesson: never take the guide books too seriously.

















Thursday, April 16, 2009

Mystique Easter

Domenica di Pasqua e che si fa? Si va al tempio, ovviamente...

Solo perchè la giornata era troppo invitante per trascorrerla a casa, una passeggiatina al tempio è l'ideale per trascorrere un paio d'ore in un'altra dimensione e poi tornare alle solite faccende domenicali. In compagnia di Michela, mi dirigo verso Sojiji. L'area è vasta, i padiglioni, i cancelli, i giardini sono tanti. Ci limitiamo a passeggiare e ammirare fino a che arriviamo al padiglione principale dove è in corso quella che potrei definire messa. Da fuori non ci siamo accorte di nulla, ma arrivate all'ingresso ci siamo rese conto delle celebrazioni. La scena che si apre davanti a noi è veramente affascinante: un'unica sala grande come due campi da pallavolo, su cui dei monaci stavano in piedi o in determinati momenti durante la funzione si inginocchiavano.

Tutti vestono in bianco, poi uno strato superiore in nero e un drappo marrone di diverse tonalità distingue presumibilmente i gradi di istruzione dei monaci. Divisi in due gruppi uno di fronte all'altro, l'altare al loro fianco. Quello che impressiona di più è il loro canto, basso, continuo, mistico. Sembra un canto gregoriano, solo che è cantato in giapponese antico, monotonico, preciso. E dava l'impressione che i monaci non si fermassero neanche per respirare, al che per spiegarmi come cio potesse essere possibile, ho pensato che ci devono essere due gruppi, così che a un momento ben preciso, il gruppo in silenzio parte col canto e affianca l'altro gruppo che poco dopo si ferma e riprende fiato. E così via per lunghi lunghi minuti.

I vari momenti della funzione, l'inizio e la fine dei canti sono scanditi da un tintinnio di campana oppure da un gong secco, e occasionamente si vedono leggiadri monaci fluttuare in mezzo ai loro pari per raccogliere con movimenti precisi e studiati i libretti dei canti.

Ad un certo momento entra un sacerdote, ha in mano un bastone, e recita delle preghiere, accompagnato dallo scandire del gong. E poi il canto riprende e tutti cominciano a camminare come in processione formando un unico serpentone e girano seguendo un percorso chiuso. Una serie di successioni di inchini e rialzarsi e poi a quanto pare tutto finisce.

La nostra esperienza mistica si conclude, e così anche la nostra pausa pomeridiana.
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Easter Sunday and what to do? Go to the temple, obviously...

The day was too nice ot be spent at home, hence a walk to the temple is ideal to spend a couple of hours in a different dimension before going back to the usual sunday stuff. Together with Michela, I head towards Sojiji. The area is huge, many shrines, many gates, many gardens. We just walk and wander till we reach the main temple where they're celebrating what I'd call a mass. From outside we couldn't notice anything but closer to the doors we realised there was something going on.

The scene in fron of us is fascinating: one unique big hall, as big as two volleyball courts, on which many monks stood or kneed down at precise moments during the function. All of them are dressing white clothes underneath, then a outer black layer and finally a cover in various tones of brown, probably to mean the distinctions between the monks' different levels of education. They were divided into two groups, facing each other, and the altar was on their side.

What impressed me mostly was their chant, low, continuous, mystic. It sounds like a gregorian chant, the only difference being that it was sung in ancient Japanese, monotonic, precise. And I had the impression that the monks didn't even stop to breathe, so to explain myself how it could be, I thought that there must be two groups, so that at a precise time the group that stays silent starts singing following and covering the other group, which stops singing to breathe. And so it goes for several minutes.

The moments of the ritual, the start and the end of the chants are measured by a bell or a gong sound, and occasionally some monks can be seen fluctuate among their peers to gather the songs booklets with well studied movements.

At one moment a minister holding a stick appears and recites some prayers, still accompanied by the gong. And then the chant starts again, everybody starts walking in circles following a closed snakish path. A succession of bows and apparently everything's over.

Our mystic experience is over too, and so is our afternoon break.
 

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Tuesday, April 14, 2009

On the road to Mito -- 水戸

Aprile dolce dormire, ma anche aprile lieto viaggiare. In Giappone il periodo migliore per mettersi in viaggio è sicuramente questo. E allora, fuga dalla città sia!
Tipologia del viaggio: on the road.
Destinazione : non troppo lontana.
Obiettivi: pura nullafacenza.
Compagnia: quella giusta per non annoiarsi troppo, je weet toch!
Optionals: spiaggia.
Segni particolari: Super joke!

In viaggio
La giornata incomincia con il noleggio di una macchina. Io e Joost, navigatore in dotazione, piedi sul cruscotto (chi non guida!) lasciamo la nostra bella città per avventurarci alla scoperta di Mito (水戸), cittadina nella prefettura di Ibaraki, 2 ore di macchina in direzione nord. La guida è piacevolissima e inusuale, e chi non si è mai trovato a percorrere l'intricato intrecciarsi delle strade di Tokyo non sa cosa si perde: strade che vanno su, vanno giù, si perdono dentro tunnel, si innalzano all'altezza equivalente di un quarto piano di una abitazione...tutta la città è visibile da lungo il fiume e da una diversa prospettiva. L'autostrada vera e propria ci proietta in un'altra dimensione, sembra di stare dappertutto fuorchè in Giappone, percorriamo chilometri immersi nella più assoluta vegetazione, percorriamo la pianura che ci separa dalla meta ammirando ciliegi, risaie e aree rurali.

La spiaggia
Entrati a Mito dalla parte sud, concordiamo sul farci un paio d'ore sdraiati in spiaggia. Gira e rigira, interroga il navigatore, raggiungiamo Oarai sun beach ( 大洗 サン ビーッチ --la soleggiata spiaggia dell'onorevole lavaggio) e un brivido di terrore ci attraversa: quella che vediamo davanti a noi non è una spiaggia, bensi una distesa infinita di sabbia battuta da un vento fortissimo, tanto forte da offuscare la vista del mare da dove ci troviamo. Eppure siamo sul Pacifico. Bene, non è forse la giornata migliore per la tintarella...

Kairakuen, i giardini
Nel centro di Mito si trova il giardino che è considerato il terzo più bello del Giappone. Il parco è immenso, vi è un lago abbastanza grande proprio in mezzo, è pieno di alberi di ciliegio e prugna selvatica..di alberi di prugne ce ne stanno ben 3000 e la gente è fiera di ciò. Tanti cigni, in particolare quelli neri, anatre e pesci vivono nel e intorno al lago. Bello.
Alla vista di tante famiglie riposarsi all'ombra dei ciliegi in fiore, non resistiamo e, stesa la nostra copertina, anche io e Joost ci dedichiamo al sacro rito del riposo, per poi riprendere la nostra passeggiata. Dentro il parco un tempio, chissà con quale nome, dove si celebrava la festa della primavera.

"suupaa jooku"
All'interno dell'area del tempio un mercatino dell'usato, tanti stands con la roba da mangiare tipica da sagra, birra a fiumi e giapponesi ubriachi seduti ai tavoli. Ovvero tutti festeggiano, per circa un mese in questo periodo dell'anno, l'arrivo della primavera.

Improvvisamente siamo come investiti dall'aura di divinità che presumibilmente circonda il tempio, visto che tutti ci osservano, ci salutano. Alcuni audaci giappi addirittura intavolano una discussione con noi e spontaneamente si offrono di pagarci da bere, poi uno di loro, al secolo Masa, si intrattiene con noi, poveri ragazzi in terra straniera investiti da una sequela di chiacchiere in giapponese di cui, con mia sorpresa, ho afferrato un buon 60%. Interagendo con Masa, scopriamo che lui ( cosi come i suoi infami amici che lo hanno lasciato con i gaijin!!!) è camionista,ed è super ubriaco. Difatti non ha fatto altro che fare complimenti all'italiana e a dissuadere l'olandese. Si è persino dovuto ripetere milioni di volte chi viene da quale nazione, chissà se per enfatizzare o per superare la barriera dell'alcool e memorizzare...Ha poi iniziato ad elencare i nomi di macchine sportive italiane, che dice di amare al punto che spera un giorno di comprarsi un'alfa romeo 1700gt o qualcosa del genere, e si è lasciato andare a battute a doppio senso riguardo al mio essere una, a detta di lui, bella ragazza accompagnata da un ragazzo che non è il mio fidanzato, e poi ammetteva che era solo una battuta : "スーパー ジオークね!" (super joke!). Insomma, anche i giappi, se ubriachi, sono loquaci e comunicativi.

Dopo avergli promesso e ripromesso che torneremo a Mito e lo chiameremo, riusciamo a svincolarci da lui e continuiamo la nostra passeggiata diretti verso la macchina.

Hanami (花見)
Pratica ascetica che consiste nel: aspettare la primavera quando fioriscono i ciliegi,andare in un qualsiasi posto con ciliegi (inclusi i cimiteri!!), sistemarsi ai piedi di un albero, mangiare e bere fino alla totale devastazione. Se ben ci pensiamo, lasciando fuori la parte della devastazione, anche noi abbiamo praticato il nostro rito con la passeggiata al parco prima, e la birra gratis e i super joke di Masa poi.

Cena a Mito city al ristorante Pizzalino (cosa avranno mai mangiato i nostri avventurosi esploratori???) e poi ci rimettiamo in strada e ripercorriamo il percorso nella direzione opposta. Il magico intrico di strade che inizia appena raggiungiamo l'area metropolitana di Tokyo regala un bellissimo scenario notturno, con vista della Tokyo tower illuminata di blu, il rainbow bridge anch'esso in blu, i palazzi della Tokyo bene di Ginza, le familiari luci dei pachinko di casa nostra...

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April is lazy, as we say in Italy, but also April is joyful travels. In Japan, the best period for travelling is this one for sure. Let it escape be!!
Type of trip: on the road
Destination: not too far
Goals: do mere nothing
Company: the right one not to get bored, je weet toch!
Optionals: beach
Particularity: Super joke!

The travel
The day starts with the rental of a car. Me and Joost, navi provided, feet on the dashboard (who's not driving!) leave our beautiful city to go and discover Mito (水戸), in the Ibaraki prefecture, 2 hours drive north. The drive is nice and unusual and who's never experienced the spaghetti-junction roads in Tokyo don't know what they're missing: roads going up, down, tunnels, high roads as high as the fourth floor of a building..all the city can be seen from along the river and from a different perspective. The highway drives us towards another dimension, it seems to be everywhere but in Japan, we ride for kilometres of absolute vegetation, rice fields, cherry trees and rural areas.

The beach
Entering Mito from south, we agree we need a couple of hours on a beach. We ask the navigator and we reach Oarai sun beach (大洗 サン ビーッチ -- or the sun beach of the honourable wash) and a shiver of terror pervades us: what we see in front of us is not a beach but a infinite plain of sand hit by a strong wind, so strong to blur the view of the sea from where we stand. And yet, we're on the Pacific. Well, it's not the best day for a suntan perhaps...

Kairakuen, the gardens
In the centre of Mito is the garden considered one of the top three in Japan. The park is huge, there's a big pond right in the middle, it's full of cherry and plum trees...there's exactly 3000 plum trees and people are very proud of it. Many swans, especially the black ones, ducks and fish live the waters and around the lake. Nice.
Seeing so many families chilling under the shadow of the cherry trees, me and Joost can't resist and unfold our blanket to dedicate ourselves to the sacred ritual of rest. In the park is also a temple where they celebrated the Spring festival.

"suupaa jooku"
In the temple area there was a flea market, many stands with food, rivers of beer and drunk Japanese sitting at the tables. That is, everybody celebrates, for one month, the beginning of spring.

Suddenly we must have gotten the aura of divinity because all the people start staring at us, even waving at us and greeting. Some brave Japanese even started a conversation with us and spontaneously decided that we have to drink and offered to pay us a beer. After that, one of them, Masa, stays with us, poor guys in a foreign land, talking about stuff in Japanese which I understand with my great surprise quite well. Interacting with Masa we discover that he (and his infamous friends who left him with da gaijin!!!) is a truck driver and is super pissed drunk. Indeed, he kept on complimenting Italian girl and putting off the Dutch. He even had to remind himself who comes from where, we'll never know if it was to emphasise or to overtake the alcohol barrier and memorise...He then started to list the names of all the Italian sport cars, that he says he loves so much that he hopes he will buy something like a alfa romeo 1700gt, and then he let himself go with nasty jokes on me being a pretty girl taken around by a guy who's not my boyfriend. Eventually he admitted always after a joke that it was, indeed, a joke: "スーパー ジオークね!" (super joke!). So, the Japanese too, if drunk, are talkative. We manage to get rid of him after promising several times we will go back to Mito and call him, and we proceed with our walk towards the car.

Hanami (花見)Ascetic exercise consisting in: wait for the cherry trees to bloom in spring, go to whatever place with cherry trees (it includes graveyards!!!), sit under one, eat and drink up to the level of a total havoc. If we just think about it, keeping out the havoc part, we practiced the ritual through the walk in the park at first, and the free beer and Masa's super jokes after.

Dinner was at Pizzalino restaurant (what would have eaten our adventurous explorers???) and after that we get int eh car again to hit the road to go back.
The magic fiddle we see again when we enter the Tokyo metropolitan area gives us a beautiful night view, with the Tokyo tower lighted in blue, as well as the rainbow bridge, the buildings of Ginza, the familiar lights of the nextdoor pachinko....











Monday, April 6, 2009

Kanamara Matsuri -- かなまら 祭り 

La festa che apre la lunga stagione delle celebrazioni, il Kanamara matsuri,o festa della fertilità, è sicuramente la più famosa, non tanto tra i Giapponesi quanto per i turisti stranieri. In origine il festival è stato introdotto niente meno che dalle prostitute per scongiurare il pericolo di sifilide e malattie sessualmente trasmissibili. Esisite anche un racconto mitologico associato al festival, che celebra un certo dio il quale ha sconfitto un demone impossessatosi di una fanciulla. La storia narra infatti che questa leggiadra fanciulla non potesse in alcun modo accoppiarsi per avere dei figli visto che la sua vagina era dotata di denti aguzzi che eviravano chiunque provasse a fecondarla. Fino a che un giorno questo tale dio diede a un uomo un fallo di ferro, così che fu possibile sconfiggere il demone.

E non a caso questo festival viene celebrato in primavera, ovvero quando il coclo della natura si risvegla e riparte, quando i ciliegi sono in fiore e le giornate si allungano. A tale festa si associa quindi il simbolo della fertilità, difatti non è raro vedere coppie, o comunque chi è desideroso di avere figli, andare al tempio e pregare. In tempi più recenti il festival ha un pò ripreso il tema originario, tant'è che infatti viene anche strumentalizzato perla lotta all'aids. Il che è un gran bene. Ma anche rappresenta una delle tante scuse per i giappi per stare assieme, ubriacarsi e fare baldoria. All'evento non mancano i souvenir e i talismani, tutto ovviamente a tema con la festività, e celebrando questa la fertilità si può ben immaginare quanto meno la forma....anche il tempio dedicato a questa festa altri non è che un santuario del simbolo fallico, e forme di legno, metallo, ceramica, eccetera spuntano da tutte le parti. Il momento topico, fonte di ilarità per molti turisti, è quando viene esposo un enorme pene di legno nel cortile e, cosa prevista dal rituale, donne e uomini vi salgono a cavallo...chi lo fa perchè ci crede o chi lo fa perchè si vuole solo divertire, fatto sta che molti e molti e molti aspettano il loro turno.


Ovviamente il festival attrae moltitudini di credenti e curiosi, ma è particolarmente inaspettato vedere così tanti non giapponesi che vanno al tempio solo -probabilmente- per farsi due risate e per farsi fotografare in compagnia di qualche fallo senza realmente capire il perchè di quella celebrazione.

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The festival opening the season of celebrations, the Kanamara matsuri, or fertility festival, is for sure the most famous, not only among the Japanese but also for the foreign tourists. Originally the festival was introduced by the prostitutes to reduce the fear of diseases sexually transmitted. There's also a myth associated to the festival, which celebrates a some god who defeated a demon punishing a girl. The tale tells indeed that the girl couldn't have children because her vagina had sharp teeth evirating all the men who tried with her. Until one day this god gave a iron phallus to a man who could this way defeat the demon.

And not by chance, the festival is celelbrated in spring, that is when the nature cycle restart, the cherry trees are blooming and the days get longer. This festival is hence associated with the symbol of fertility, and in facts it's not rare to see couples, or people who want to have children,go to the temple and pray. Nowadays the festival has gotten the original theme back, and it is also used to advertize prevention against aids. Which is a great thing. But it also represets now one of the many excuses for the Japanese to get together and get drunk. Themed souvenirs and charms can't miss the celebrations, matching in their shapes the subject of the festival....even the temple is nothing more than a phallus sanctuary. The topic moment, source of hilarity for the many tourists, is when a huge wooden penis is put in the temple courtyard and, as following the ritual, men and women sit on top of it...and either for belief or fun, many people wait for their turn to hop on it.

Obviously the festival attracts many believers and curious, but it was very unexpected for me to see so many non Japanese going to the temple only -probably- to have a few laughters and to be photographed with some phalluses, with no real understanding of the celebration.

African Festival 2009 @ Akarenga

In un fine settimana zeppo di eventi c'è anche posto per un pò di cultura. A Yokohama esiste un edificio per nulla in stile giapponese, noto con il nome di AKA RENGA (mattoni rossi) che altri non è che un grossissimo caseggiato in stile fabbrica della Londra della rivoluzione industriale. Costruito con, neanche a dirlo, mattoni rossi. All'interno ristoranti, negozi, aree esposizioni, aree per concerti.


Nello specifico, stavolta si è andati per assaporare un pò di cultura africana. su un unico piano si trovavano stand rappresentanti ogni stato dell'Africa pieni zeppi di prodotti artigianali, prodotti alimentari, prodotti di bellezza, tessuti, suppellettili, sculture in legno raffiguranti giraffe per il 90%. Strumenti musicali, accessori, vestiario. Dietro i banconi erano i rappresentanti dei vari popoli, uomini e donne eburnei impegnati a vendere, mostrare, invitare, ma anche molti i giapponesi. Musiche soffuse, suoni che sanno di savana accompagnano il girovagare dei curiosi per tutta l'area esposizione, aroma di caffè si sparge nell'aria. Un pò troppo chiasso per via degli strani e veramente rudimentali strumenti musicali, per lo più percussioni, tamburi, bonghi, eccetera.

Al piano superiore l'area dedicata ai workshop,alle esibizioni live, alle lezioni di danza, e gli stand con la roba da mangiare. Assisitiamo a un discorso fatto in giapponese di un chissà chi uomo africano vestito con gli abiti tradizionali eritrei (penso, ma non ci metterei la mano sul fuoco), che molto probabimente ringrazia coloro i quali hanno permesso il realizzarsi della manifestazione, ringrazia i partecipanti, si dichiara contento per il successo e l'affluenza, bla bla bla... Ma nessun problema se le personalità di spicco sul palco non sanno parlare abbastanza il giapponese perchè l'organizzazione mette a disposizione un traduttore simultaneo inglese-giapponese.

Finito il giro dell'esibizione fa bene riposarsi un pò al sole tiepido di primavera, in giro i ciliegi hanno raggiunto ormai il massimo della fioritura e quindi anche aree urbane in cui trionfano cemento e ferro si trasformano in poetici luoghi di riposo. Tutt'intorno infatti, qualsiasi quadrato verde è preso d'assalto da temerari giapponesi vogliosi di picnic.

E il festival africano fa venire voglia di lasciare tutto e partire alla scoperta del continente nero.
Una sola cosa mi trattiene: e se poi lì parlano in giapponese?
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In a weekend filled with events, I found also some room for a bit of culture. In Yokohama is a non Japanese-style at all building, known as AKA RENGA (red brick), which is nothing more than a huge warehouse, to me like the ones in the London of the years of the industrial revolution. Built with, no need to say,red bricks. Inside restaurants, shops, exhibition halls, concert halls.

In the specific, we went there to get in touch with the African culture. On one unique floor were stands representing one country in Africa each, full of handmade stuff, crafts, food, beauty creams and such, fabric, houseware, wooden sculptures of mostly giraffes, for the 90%. Musical instruments, accessories, clothings. Behind the benches were the representative of the many people, men and women busy in selling, catching customers, showing, but also many the Japanese. diffused music, sounds of savana accompany the walking around of the many curious, the coffee aroma is in the air. Too much noise perhaps, due to the weird and very rudimental musical instruments, mostly drums.

One more floor up hosts the workshops, live shows and dance classes, and the food stands. We listen to a speech in Japanese of a who knows African man wearing the typical Eritrean (I guess, but I won't be so sure) who very likely thanks all the ones who made the festival happen, thanks the attendance, is satisfied of the success and the venue, bla bla bla...But no worries in case one of the speakers can't speak Japanese properly because the organizers provide also a english-Japanese translator.

We are done with the tour and we chill out under the warm spring sun, all around the cherry trees are full bloomed and also urban areas in cement and steel look like poetic areas for a rest. And indeed, every green spot is assaulted by the Japanese willing to have a picnic.

And the African festival pushes to leave everything behind and go exploring the black continent.
One thing only keeps me: what if they speak Japanese over there?